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I libri di Issiya

Issiya Longo "Narrautore"

Issiya Longo "Narrautore" - Issiya Longo

Mi ritengo un messaggero al quale è affidata un’importantissima missione: "Farmi conoscere meglio; far conoscere meglio la mia terra, il mio popolo a te, mio caro lettore, per permetterti un giusto apprezzamento dei valori di un mondo che ti pare lontano, senza esserlo". 

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Alcuni brani del libro "Dal Congo..."

Alcuni brani del libro "Dal Congo..." - Issiya Longo

Metto a disposizione del pubblico alcuni capitoli del mio libro autobiografico, permettendo a chi desidera acquistare il racconto di farsene un'idea generale.
Buona lettura!

La mia infanzia


Originario della regione forestale dell’Equatore nel Nord-Ovest del Congo, sono nato il 17 Aprile 1973 a Kinshasa, la capitale, città nella quale sono rimasto soltanto per pochi anni. Mio padre, Bengongo François, dopo il divorzio a Kinshasa dalla prima moglie e madre dei suoi primi cinque figli, decise di contattare i genitori residenti a Boende Bakoyo Etoo, suo villaggio natale situato nelle vicinanze di Mbandaka, capoluogo della regione dell’Equatore; secondo le tradizioni locali, affidò loro il compito di trovargli una fidanzata che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie, dopo una prima esperienza completamente negativa. Fu così che mia madre, Iloko Marie-Louise, dopo il consenso dei suoi genitori, da Mbandaka dove studiava lo raggiunse rapidamente a Kinshasa per costituire insieme un nucleo familiare che vedrà nascere altri cinque figli, di cui io sono il secondo. Affidandomi ai racconti di mia madre, la mia nascita fu particolare. La mattina in cui venni alla luce mio padre le chiese, come faceva tutti i giorni fin dall’ottavo mese di gravidanza, come si sentiva e se poteva tranquillamente recarsi a lavoro. “Vai pure, non sento niente, il bambino non nascerà di certo oggi”, gli rispose la mamma. Papà se ne andò a lavoro, rassicurato dalla risposta di mia madre totalmente ignara dell’esito delle ore successive. Quando decisi di venire al mondo, la sorpresi con improvvise, frequenti e lunghe contrazioni. Ai suoi gemiti accorse una vicina di casa che, colta dalla sorpresa e non possedendo alcun mezzo di trasporto, si affrettò a chiamare un taxi in modo da raggiungere l’ospedale più vicino. Purtroppo, il taxi arrivò dopo un’ora e mezza e al momento della salita sul veicolo, successe quello che si tentava di evitare; nacqui all’istante, provocando panico e preoccupazione. L’autista, disorientato, accese il motore della sua vecchia Renault 4 e partì, affrettandosi verso l’ospedale. Mia madre dice che fu un momento intenso, non ricorda di averne vissuti altri simili. Devo la vita alla signora Eugenie, la vicina di casa che nel tratto tra il taxi e l’ospedale si occupò totalmente del parto, muovendosi con la cautela e la bravura di un’ostetrica. Non aveva mai assistito ad un simile evento ma si comportò da vera professionista. Il taxi era ormai sporco di sangue, il suo proprietario terrorizzato, incredulo e un po’ seccato dell’accaduto. L’urgenza era di raggiungere l’ospedale, cosa che facemmo senza perdere molto tempo. Una volta all’Ospedale Maman Yemo, fummo condotti nel reparto di ostetricia dove la mamma ed il suo neonato, io, ebbero le prime cure. Non avendo alcun mezzo di comunicazione per contattare mio padre, mamma affidò alla signora Eugenie il compito di informarlo dell’accaduto al suo rientro da lavoro.

  Quando papà, arrivato a casa senza trovarvi nessuno, apprese le circostanze della mia nascita, pensò subito al nome appropriato da assegnare al misterioso bambino. Non ebbe alcun dubbio: “Questo bambino si chiamerà Itonde Y’Elima Y’a Ndoki N’Efandje”, un lunghissimo nome che abbreviato divenne Ithos. Ricevetti quest’appellativo in onore di un mito delle nostre foreste, personaggio chiave dell’epopea Lianja, molto famosa in Congo. Infatti, Itonde Y’elima Ya Ndoki N’Efanje era un bambino misterioso e coraggioso che, ancora nella pancia della madre prima della nascita, ne usciva e ci tornava a piacimento. Si narra che la notte Itonde si allontanasse dalla madre per cibarsi delle riserve della famiglia. Non soddisfatto del nutrimento tramite la madre, usciva e mangiava come un adulto, approfittando del sonno dei genitori. Solo la mattina al risveglio, i genitori notavano la mancanza del cibo gelosamente conservato la sera prima. Nessuno era riuscito a sorprenderlo fino al giorno in cui il padre, stanco della situazione protrattasi per mesi, tese una trappola. Era deciso a scoprire chi fosse il misterioso ladro che sottraeva le modeste riserve di cibo alla sua famigliola. Itonde non riuscì a fare rientro nella pancia della madre, saldamente bloccato dalla trappola: una rete da pesca che cadde su di lui all’entrata in cucina. Interrogato dal padre, dichiarò di esserne il figlio, il bambino di cui tutta la famiglia era in attesa. Per convincere il genitore incredulo e diffidente, lo invitò a controllare lo stato di gravidanza della moglie. Avvicinando la sua sposa profondamente addormentata, con stupore l’uomo constatò che lei aveva effettivamente sgravato. La mattina successiva fu organizzata una grande cerimonia durante la quale, senza rivelare come, il bambino misterioso fu ufficialmente dichiarato nato.

Mio padre decise quindi di chiamarmi Ithos, sostenendo che l’evento della mia nascita gli ricordava la storia di Itonde. In famiglia il nome fu accolto con entusiasmo, tutti furono meravigliati dalle circostanze della mia nascita. Questo non è il mio unico nome ma è il più usato da tutti i miei più stretti parenti che ricordano così la famosa epopea Lianja.

Ho trascorso la prima infanzia a Kinshasa con mia sorella maggiore, Francine B. e il mio fratellino Credo B. il cui nome trae origine dalla fede religiosa dei miei genitori. Infatti, mia madre, gravida e gravemente ammalata, la notte era tormentata da lunghi e movimentati incubi. La mattina, al suo risveglio, mio padre le raccontava come, nel sonno, citava ripetutamente una frase ben precisa: “Credo in un unum Deum” ma, lei ricordava solo gli infiniti incubi che minacciavano la sua vita e quella del figlio in grembo. Da fermi credenti cattolici, decisero allora di chiamare il figlio nascente “Credo”. In seguito nacquero altre due sorelle, Adeste B. nata 8 anni dopo Credo e Nicky Botolo la cui nascita, secondo mia madre, fu una sorpresa totale. Come Credo, anche il nome Adeste è legato alla fede dei miei genitori. Mio padre lo scelse semplicemente perché, il giorno della sua nascita, passammo l’intera notte in salotto ascoltandolo cantare le canzoni ecclesiastiche latine della sua infanzia. Si soffermò molto sulla canzone “adeste fideles”, fatto che lo indusse alla scelta di quell’inaspettato nome. Tutti noi la chiamiamo affettuosamente Adestine Fideline. Ancora in ospedale, nostra madre fu sorpresa da quello che definì uno stranissimo nome; lei ne aveva scelto un altro che considerava più significativo ed estremamente legato al contesto della nascita di Adeste. Voleva chiamarla “Espérance” a causa del lungo periodo trascorso tra le due gravidanze, quella di Credo e quella della neonata, durante il quale ebbe paura di non poter più avere figli. Mamma si arrese di fronte all’entusiasmo e alla tenacia di nostro padre.

Durante la nostra infanzia, alla fine di ogni anno scolastico, i nostri genitori erano soliti accompagnarci dai nonni nel villaggio Boende, situato alle porte della foresta nella regione dell’Equatore. Guardando la carta geografica del Congo, questa regione si colloca nella parte Nordoccidentale del paese ed è una zona prettamente forestale. I villaggi dei miei genitori si trovano l’uno accanto all’altro lungo una strada sterrata e sono letteralmente circondati da alberi tanto grandi che, a partire dalle quattro del pomeriggio, le abitazioni scompaiono in un’immensa e brusca penombra, fenomeno che potrebbe essere definito prematuro se consideriamo l’ora in cui generalmente tramonta il sole. Questo si giustifica per il fatto che i raggi del sole al tramonto, deboli e tiepidi, non riescono a penetrare le enormi foglie e i rami dei Baobab ed altri alberi dalle dimensioni stupefacenti che circondano i nostri villaggi. Viceversa, all’alba mattutina si assiste ad un altro genere di spettacolo a sua volta tanto bello e divertente: al sorgere del sole i raggi non riescono ad illuminare direttamente il nostro villaggio nonostante la loro potenza, ma quando fanno capolino attraverso delle piccole fessure che si creano tra un albero e l’altro, il fascio di luce emesso dal sole dà luogo ad uno spettacolo unico nel suo genere. La luce abbagliante dei raggi solari che s’incrociano gli uni con altri crea un’atmosfera da film nel quale, se l’attore si deconcentra e tocca anche solo uno di essi, fa immediatamente scoccare l’allarme. Sembra di stare in una stanza chiusa e incredibilmente buia il cui tetto, composto da migliaia di buchi, fa filtrare in un intreccio naturale la luce dei raggi del sole. È un fenomeno di straordinaria bellezza!

Parlare di Boende e dei suoi abitanti non è cosa facile. Tuttavia, ciò che posso dire è che, nonostante lo scempio naturalistico degli ultimi anni ad opera di alcune multinazionali, questa terra ha la fortuna di mantenere ancora parte importante della sua natura, grazie a foreste equatoriali così estese e pericolose nelle quali nemmeno gli stessi suoi abitanti osano avventurarsi; tutti sanno che esistono dei limiti oltre i quali è meglio non arrischiarsi. Nella foresta regnano infiniti misteri, motivo per cui, confidando profondamente nei gris-gris, nei guru, nelle forze benigne e maligne, nella stregoneria, nel potere degli antenati e in tante altre credenze del posto, i miei fratelli di Boende non si fanno illusioni, aspettandosi di tutto nel momento in cui si accingono a penetrare la giungla misteriosa. Di solito, prima di andarvi, invocano gli antenati al fine di ottenerne la protezione. Sono tanti i pericoli che si corrono in quelle foreste; dagli animali feroci agli insetti pericolosi, questa giungla spaventa persino chi è dotato di un forte senso dell’avventura. Ciò nonostante, gli abitanti di Boende non possono farne a meno perché rimane la principale fonte d’approvvigionamento, un importante punto di riferimento e rifornimento per il villaggio. Questo luogo e tutte le attività ad esso correlate sono l’argomento di principale discussione e occupano quindi un ruolo fondamentale nella vita a Boende. Infatti, per procurarsi il pasto quotidiano, alcuni medicinali, l’acqua, le materie prime come il legno per scaldarsi e costruire gli utensili per la caccia e la pesca, gli abitanti del villaggio non hanno altro luogo dove andare se non la foresta. Questo giustifica gli infiniti viaggi di andata e ritorno che occupano la maggior parte del tempo dei miei fratelli di Boende, il mio amatissimo villaggio che non vedo dal lontano 1981, quando mia madre decise di venirmi a prendere. Infatti, durante un viaggio a Boende, i miei nonni materni Cateina (Caterina) Ngelè e Petelo (Pietro) Bolèkèlà decisero che non sarei tornato in città insieme ai miei genitori ed ai miei due fratelli Francine e Credo. Questa decisione fu motivata dal fatto che io, essendo il primo nipote di sesso maschile della famiglia, dovevo stare un po’ di tempo con i nonni, beneficiando in questo modo di certi insegnamenti importanti che solo loro e il villaggio erano in grado di trasmettermi. Da parte mia, anche se ancora piccolo ed ignaro della “trattativa” familiare, la richiesta non rappresentò un problema perché tra me e i nonni c’erano tanto amore e tanta complicità. In diverse occasioni, infatti, avevo dimostrato di preferire la nonna Ngelè a mia madre, cosa che quest’ultima tollerava a fatica. I miei genitori invece fecero di tutto perché non rimanessi nel villaggio ma la tenacia dei nonni, aiutati anche dalla mia voglia di rimanere con loro, fu determinante per il seguito. Quel giorno, mentre papà, mamma e fratelli salivano sul camion diretti a Mbandaka dove avrebbero preso l’aereo per Kinshasa, io mi nascosi dallo zio Bonyos, ignaro della mia presenza in casa sua. Malgrado i disperati pianti di mia madre, l’autista ordinò a tutti di salire: “andiamo, non posso più tardare un solo minuto”, urlò rivolgendosi a mio padre. Fu così che rimasi a Boende dove, durante tutta la mia permanenza, imparai tante cose che mai la città avrebbe potuto insegnarmi. Ricordo bene la mia prima pesca, la prima trappola aiutato dal nonno Petelo che era solito spiegarmi i vari sentieri degli animali che popolano le nostre foreste. In un tempo record riuscii a distinguere il sentiero di un’antilope da quello di un cinghiale, quello dei ratti da quello degli scoiattoli e così via. Quel giorno, quando per la prima volta mio nonno mi portò nella foresta, mi disse una cosa, una vera lezione di vita che tuttora considero importante. Mi disse: “Figliolo, questa foresta che oggi scoprirai è fatta di tanta vegetazione, tanti animali e tante trappole. Devi sapere questo; ogni singola trappola appartiene a colui che l’ha tesa. Perciò, non è permesso a nessuno di avvicinare le trappole che non gli appartengono, toccarle, sistemarle o ritirarne le eventuali prede. Anche quando il cibo scarseggia a casa tua, non ritirare mai niente da una trappola che non è tua. Nel nostro villaggio abbiamo tanti valori. Tra questi, la dignità e l’onore occupano un posto non di scarsa importanza. Voglio che tu impari il buon senso e, ovunque tu andrai, che sia nel villaggio qui vicino o lontano, là, verso il mondo dell’uomo bianco, ricordati sempre che quello che non appartiene a te appartiene a qualcun altro. Solo quest’ultimo ha il diritto di usare a piacimento ciò che è di sua proprietà. D’altronde, a cosa serve rubare una preda dalla trappola quando, come avrai notato, ciò che viene portato al villaggio è condiviso da tutti noi? Mi raccomando figliolo, mai appropriarsi di ciò che non ti appartiene”. Ancora oggi, molti anni dopo l’episodio, quando penso a queste parole mi s’illuminano gli occhi e sento una grande nostalgia del nonno. Nelle sue parole è come un profeta; egli aveva presagito un lungo viaggio che mi avrebbe portato fino in Europa, a migliaia di chilometri da Boende. Nel 2003, quando fui informato della sua morte avvenuta all’ottantacinquesimo compleanno, la prima cosa cui pensai furono i suoi preziosi insegnamenti. Per lui porto un lutto senza fine!

Prima della partenza, mia madre fece una raccomandazione importante alla nonna: “Sei riuscita a tenerti mio figlio. Ricordati però una cosa: domattina, quando si sveglierà, la prima cosa che farai sarà portarlo dai missionari del villaggio e iscriverlo a scuola. Mio figlio non deve perdere l’anno scolastico, vittima dei vostri capricci. Se succedesse questo, non ve lo perdonerei mai”. E così fece la nonna Ngelè. Il giorno successivo mi portò dai missionari che, senza condizioni, mi accettarono fra i loro alunni. Fu così che continuò la mia avventura nel villaggio, un’intensa vita divisa tra la scuola e le esperienze nella foresta. Io e i miei compagni avevamo un’attività preferita: la pesca. Era un’occupazione divertente. L’abbondanza dei pesci nelle acque delle nostre foreste rendeva la loro cattura facile e divertente. Per quest’attività, eravamo soliti portare delle bottiglie di vetro raccolte nella spazzatura della parrocchia, contenitori nei quali mettevamo i piccoli pesci freschi, appena pescati. Alcune volte riuscivo a portare a casa sette, otto o nove bottiglie che tenevo nella cucina della nonna, piccola ma essenziale; quando ero stanco le chiedevo di cucinarmeli, altrimenti lo facevo io. Tuttavia, nel villaggio, il momento più eccitante rimaneva senz’altro la stagione secca tra giugno e settembre. Le acque evaporano, gli alberi si seccano, facilitando le attività di pesca e di caccia. Dove invece persiste l’acqua, le donne, armate di secchielli, hanno il compito di svuotare tutto, operazione che si svolge in un clima di festa accompagnato da storiche canzoni in rapporto con l’attività. Non lontano dai rigagnoli secchi, altri gruppi di persone si danno alla raccolta di bruchi. Gli alberi seccati e spogliati delle loro foglie letteralmente bruciate dal sole cocente di questa stagione, non rappresentano più un riparo per i loro abitanti; i bruchi, a questo punto, precipitano verso la vegetazione sottostante. Questi insetti, ricchi di proteine, sono uno degli alimenti preferiti del villaggio e anche del sottoscritto. La loro raccolta è uno spettacolo divertente: arrivati sotto un albero dove si nota la presenza di bruchi, l’unica cosa da fare è raccogliere quelli già caduti e aspettarne altri a cascate intermittenti. Per questo, al rumore caratteristico della loro caduta, c’è una corsa competitiva e disordinata dei raccoglitori e lo spettacolo cui si assiste è molto divertente.

Nel villaggio però, così come in tutto il nostro pianeta, non esistono solo divertimenti e piaceri. Ci sono anche dolori, rappresentati da eventi come la morte, le malattie, le epidemie. In questo luogo sperduto, la gente sopravvive alle malattie nell’ottanta percento dei casi grazie alle cure tradizionali e alle credenze popolari tramandate da generazioni. Qui la medicina occidentale è rara a causa della scarsità dei mezzi di comunicazione. Allora, per curare le malattie o lottare contro gravi epidemie, le popolazioni si affidano all’antica tradizione popolare e a tutto ciò che ne è legato. Ricordo vagamente una singolare pratica di lotta contro le epidemie, la tradizionale cerimonia dell”Ewowongo”, parola magica usata per cacciare spiriti e venti cattivi che minacciano la serenità del villaggio. In questa parte del Congo, i confini dei villaggi sono segnati o da un corso d’acqua, o da un pezzo di foresta. Questi spazi, oltre che a servire da confini, hanno anche altre funzioni. Infatti, alla comparsa di un’epidemia, si assiste ad una pratica secolare che gli abitanti di questi villaggi stimano molto efficace. Il primo villaggio dove si manifesta la malattia aspetta la notte fonda; poi tutti, dai bambini ai vecchi, si svegliano verso le tre di notte e, muniti di rametti di palma, si recano verso il confine, rumoreggiando ed emettendo particolari suoni. Nessuno, neanche i neonati, può rimanere in casa per il rischio di contrarre la temuta malattia. Arrivati al confine, tutti gettano i rami di palma emettendo all’unisono un urlo finale che, secondo le credenze, trasferisce la malattia verso il villaggio adiacente. A questo punto, chi riceve dovrà attendere la notte successiva per ripetere la stessa operazione verso il seguente villaggio. Questa procedura si ripeterà fino a raggiungere l’ultimo villaggio dopo il quale non esiste nient’altro che foresta. Una notte, infatti, mi svegliai alle urla di mia nonna e di tutti gli abitanti del villaggio. Non riuscivo a capire l’accaduto. La nonna mi prese la mano invitandomi ad uscire con lei. Assonnato e incapace di camminare, non capivo cosa stesse succedendo. Vidi solo le case svuotarsi dei loro occupanti; tutti, con un ramo di palma in mano, si dirigevano verso Ilube, un ruscello confinante con il villaggio di Mpama. Non essendoci la corrente elettrica, le case di Boende sono illuminate dalle tradizionali lampade a petrolio. Lo spettacolo di queste lampade tenute con una mano e dei rami di palma con l’altra fu così impressionante da svegliarmi completamente e farmi camminare con lucidità. Quando arrivammo a Ilube, tutti gettarono i rami e fecero un gran rumore in segno di liberazione dall’epidemia. Dopo questo rituale tornammo a casa, tutti in un silenzio tombale. “Non ti azzardare a dire una sola parola”, mi sussurrò all’orecchio la mia amatissima nonna Ngelè. La mattina seguente, stupefatto e confuso, le chiesi il significato di ciò che vidi e lei, con grande calma, spiegò che il villaggio era andato a liberarsi della malattia che lo minacciava. Tuttora non so di che malattia si trattasse e, ogni volta che gliene chiedo la natura, nonna Ngelè si limita ad affermare che quella dell’Ewowongo è una pratica secolare che si verifica alla manifestazione di qualsiasi epidemia. Secondo lei e tutti gli abitanti del villaggio, “Ewowongo” è un rito efficace, necessario e credibile.

 

I bambini e la fame in Africa

 Ci si chiede spesso come sia possibile che l’Africa, con tutte le sue ricchezze naturali, continui a subire la fame, la povertà, le malattie legate alla denutrizione e alla mancanza di cure e prevenzione. È difficile capire come questo continente, annoverato tra i luoghi più belli e ricchi di risorse naturali al mondo, possa paradossalmente vivere realtà così drammatiche. Inoltre, le situazioni conflittuali civili ed etniche cozzano con il calore, l’ospitalità e l’altruismo delle popolazioni africane.

L’Africa possiede patrimoni naturali favolosi quali foreste, montagne, savane, corsi d’acqua, tante varietà di flora e fauna e giacimenti minerali di tutti i tipi. Tuttavia, questa terra non riesce a sostenere i bisogni dei propri abitanti. Perché tanta sofferenza proprio nel continente considerato terra benedetta? Queste sono alcune delle domande che spesso mi vengono poste in Europa. Quando si parla di Africa in termini di paradiso terrestre, non c’è nulla di falso, i fatti parlano. Basta visitare questa parte del mondo per rendersene conto. Dall’altra parte, la caratteristica dell’africano, socievole e altruista, è anch’essa un’affermazione veritiera. Riguardo la solidarietà africana, amo ricordare l’attitudine degli abitanti del villaggio di Boende o di molti altri villaggi verso uno straniero sprovveduto. Ricordo le parole di mio nonno che diceva: “Un viaggiatore straniero è, in genere, una persona fragile e moralmente molto debole. Il fatto di trovarsi lontano dalla propria terra di appartenenza e quindi in un ambiente diverso, lo porta a mascherare le proprie emozioni e dunque la propria personalità, comportamento prudente che gli permette lo studio del nuovo mondo. Prendiamo come esempio un cane: animale dal temperamento energico e vivo che tiene la coda ben dritta finché si trova nel suo ambiente abituale. Non appena si allontana e si trova in un ambiente nuovo, diventa pauroso, abbassa la coda. È esattamente la stessa cosa per lo straniero. Lontano dal proprio ambiente non è più se stesso. Il fatto di trovare davanti a sé dei volti nuovi lo rende fragile e diffidente. E’ una persona che necessita assistenza”. “Dinnanzi ad uno straniero”, proseguiva il nonno, “per incoraggiarlo ad avere fiducia in sé e nei nuovi vicini, è necessario dimostrare un atteggiamento propositivo ai fini del suo inserimento nel nuovo contesto. I nostri valori ci insegnano ad accogliere sempre bene gli ospiti e di occuparci di loro mettendoli a proprio agio. Uno straniero da noi si deve sentire come se fosse a casa sua”. Con queste parole il nonno cercava di spiegarmi che nella vita non sapremo mai dove e come andremo a finire. Bisogna sempre mettersi quindi nei panni dello straniero; per sperare di essere ben trattati un domani in un villaggio lontano, bisogna cominciare a rendersi utili a chi viene ospitato nel proprio. Secondo la logica dei nostri antenati, non devi fare a nessuno ciò che non desideri venga fatto a te, e viceversa. È un concetto comune a molte religioni e culture, anche se, purtroppo, la realtà non sempre rispetta le regole matematiche di questo tipo.

Nella cultura ancestrale della mia società di origine, la solidarietà, oltre al suo significato universale, costituisce anche il fondamento di alcune pratiche difficilmente comprensibili da chi non appartiene al mondo africano. Un esempio è il tanto discusso fenomeno della poligamia; in nome della solidarietà, infatti, antichi capi tribù nella storia delle regioni forestali dell’Equatore potevano sposarsi con più di una donna. Rispettando le tradizioni ancestrali, dal grande capo tribù all’ultimo abitante del villaggio, tutti erano tenuti all’osservanza di un preciso regolamento in rapporto ai visitatori, conosciuti e sconosciuti, viaggiatori in transito e/o ospiti di ogni natura che giungevano al villaggio. Per esempio, nel caso si incontrasse un forestiero in transito nel villaggio, si era tenuti ad ospitarlo ed assisterlo affinché egli potesse cibarsi, lavarsi e riposare, mettendolo nelle condizioni di poter proseguire il viaggio in buona forma. Ogni giorno dozzine di persone si trovavano in questa situazione. In ogni modo, prima di qualsiasi altra persona, era il capo del villaggio ad essere responsabile dell’accoglienza. Egli doveva trovare una sistemazione adeguata all’ospite e, solo in caso di difficoltà, coinvolgere i suoi collaboratori. Succedeva spesso che l’accoglienza diventasse difficile, complicata da un grande afflusso di ospiti giunti contemporaneamente. In questi casi, anche con l’aiuto della moglie, il capo era incapace di fronteggiare l’emergenza e ricorreva ai suoi collaboratori. Ma, poiché al verificarsi di un problema, il capo ne era l’unico responsabile, il coinvolgimento di altri notabili della tribù si verificava solo in casi estremi. Ecco perché si optò per la poligamia, giudicata il migliore metodo per l’accoglienza di grandi quantità di ospiti. Accogliendo i forestieri sotto il proprio tetto, il capo evitava di dover rispondere di inadempienze altrui, anche perché, come si dice a Boende: “È meglio ricevere accuse di furto quando effettivamente si è colpevole di tale reato”! L’analisi della logica dei capi tribù fa trasparire un certo desiderio di praticare la solidarietà verso il prossimo. Tuttavia, si intuisce anche che qualcuno ha intenzionalmente usato questo valore ai propri fini.

Riguardo la povertà in Africa, credo che alla sua origine vi sia la cattiva gestione degli affari pubblici all’interno dei paesi, una cattiva amministrazione delle risorse umane e naturali. I problemi degli africani, prima di essere opera di chi dir si voglia, sono creati e mantenuti dagli stessi africani. I dirigenti dei vari paesi dovrebbero prendere coscienziosamente atto delle sofferenze dei popoli sotto la loro guida, non pensando esclusivamente ai propri interessi. I paesi ed i loro abitanti vengono dopo, nessuno sembra seriamente occuparsi dell’andamento e della gestione pubblica. In più, molti politici africani sono così avidi ed accecati dal desiderio di accumulare ricchezze e potere che sono disposti a tutto, persino a sacrificare la vita dei bambini. Infatti, nelle loro rivalità per la conquista o il mantenimento del potere, vengono spesso usati giovani ragazzi che, terrorizzati e drogati, devono eseguire atti orribili durante le azioni belliche. Il fatto è che questi bambini, rapiti e venduti, ai quali viene tragicamente rubata l’infanzia, hanno una sola colpa: appartenere ad un mondo di adulti irresponsabili e malvagi. Per questo gli vengono brutalmente tolti la famiglia, la scuola, il gioco. Come si sa, tutti i bambini del mondo hanno stessi diritti, esigenze, desideri: essere amati, protetti, giocare, mangiare e studiare con i loro coetanei. In Africa, per molti di loro, questo rimane un sogno, un lusso accessibile ai soli figli dei privilegiati. Certi adulti, avidi, insensibili e paurosamente irresponsabili hanno deciso di sfruttare disumanamente i bambini dei nostri paesi, togliendogli tutti i diritti dell’infanzia e facendoli diventare macchine da guerra, piccoli mostri che poi neppure le loro famiglie accettano più; è l’esempio dei bambini soldato, triste realtà anche del mio paese. Molti di questi piccoli non sanno più ridere, giocare e divertirsi, non possono nemmeno studiare. Troppi bambini africani piangono l’irresponsabilità di certi criminali, le sofferenze di una vita massacrata agli albori.

La storia insegna che i grandi capi delle tribù africane mettevano sempre le cause comunitarie davanti a tutto. Il loro potere era usato per il bene di tutta la collettività e non per quello del cerchio familiare. Oggi, invece, la situazione è totalmente diversa. La classe dirigente, anziché lavorare per il popolo e la nazione, antepone i propri interessi a qualsiasi cosa. Niente senso patriottico, niente interesse, responsabilità, amore per la comunità ed il popolo. Questi comportamenti irresponsabili sono, a mio parere, la causa principale dei tanti mali del continente. Tuttavia, in questa situazione di malgoverno, di povertà e sofferenze del popolo, bisogna comunque riconoscere che ogni singolo africano ha le proprie responsabilità. Un esempio è quell’irresistibile desiderio di scimmiottare l’Occidente; alcuni valori occidentali, anche se giusti e stimabili, non possono totalmente sostituire i nostri perché, in tal caso, sono volti ad un insuccesso sicuro. Certe cose, se utilizzate in un contesto non idoneo, possono condannare alla deriva; è come ostinarsi ad utilizzare un bel paio di calzature di taglia troppo piccola. Il fatto di sostituire molti valori locali con altri totalmente estranei crea incompatibilità con le nostre società e culture, rendendoci squilibrati ed ambigui. Alla fine, disorientati, perdiamo il controllo della situazione ed iniziamo una vertiginosa corsa senza obiettivi utili e realizzabili. E così, inconsapevolmente, la situazione sfugge di mano; la nostra cultura e la nostra storia, presupposti indiscutibili di un progresso adatto alla nostra società, vengono cancellate. Infine, mancando le fondamenta, si arriva all’anarchia totale. Secondo la mia personale percezione dei fatti, ognuno di noi ha una crisi d’identità, un conflitto culturale che ci confonde portandoci alla perdita di punti saldi di riferimento. Tuttavia, se non prendiamo coscienza di tale dinamica e non ci rimettiamo in gioco, questa situazione rischia di complicarsi degenerando ulteriormente. La prima cosa da fare sarebbe smettere di ostinarci volendo per i nostri figli la cultura occidentale a scapito di quella dei nostri antenati. Noi dovremmo, invece di banalizzare ciò che siamo, integrare le due culture, sposando il meglio ed eliminando il peggio. I valori stranieri non devono prevalere su quelli locali. Finché non capiremo che ci dobbiamo attenere alle nostre tradizioni evitando quindi di adottare alla lettera altre culture, i nostri problemi persisteranno, la fame dilagherà sempre di più, le malattie aumenteranno e la povertà sarà sempre più disperata.

Parlando nello specifico del Congo, ritengo che una delle ragioni legate alla fame e alla miseria nelle grandi città, centri densamente popolati, siano le condizioni delle infrastrutture stradali: dalla loro costruzione all’epoca coloniale, non sono mai più state né rimodernate, né ampliate, né è stata fatta manutenzione; il loro stato di conservazione è mediocre e le città sono prive di collegamenti diretti con i villaggi; questo rende impossibile l’accesso ai tanti beni e prodotti della foresta, in decomposizione per mancanza di consumatori. Nella regione dell’Equatore ad esempio, verdura e frutta crescono naturalmente senza alcun bisogno dell’intervento dell’uomo, i pesci abbondano nei corsi d’acqua e migliaia di specie d’animali commestibili popolano le foreste. Purtroppo succede che, da un piccolo villaggio a circa 40 Km dal capoluogo di provincia, Mbandaka, occorrono circa tre settimane di viaggio a bordo di un camion. Le strade, quando esistono, sono pessime o impraticabili. Buona parte della merce non arriva a destinazione in condizioni tali da essere consumata. In tutto il paese, le infrastrutture stradali e ferroviarie sono pressoché inesistenti, i collegamenti tra contesti rurali e le città inaffidabili. La produzione di articoli in campagna è nettamente superiore al loro consumo; accade quindi che quantità ingenti di beni di prima necessità marciscano nella foresta, colpa anche della mancanza di consumatori, vista la scarsa presenza umana in questi luoghi a causa dell’esodo rurale. Nel contempo, la situazione in città è esattamente l’opposta: la gente, in condizioni già precarie di sovraffollamento, muore di fame ed è flagellata da una serie di malattie legate all’insufficiente apporto alimentare. In troppi si sono precipitati in città alla ricerca della modernità: elettricità, radio, televisione. Come conseguenza logica la città risulta sovraccaricata e non in grado di fornire prodotti di prima necessità per i bisogni quotidiani dei suoi abitanti. Da questo derivano situazioni di fame, sofferenza e disperazione, mali che logorano le città del Congo ed i suoi abitanti. Pur di non morir di fame, alcune persone si dedicano ad attività illecite quali furto, atti vandalici e altre piccole operazioni di microcriminalità che costituiscono la causa principale dell’insicurezza delle città, aggravando il quadro. Tali atti vandalici e di delinquenza sono il mezzo più facile e, talvolta, soluzione obbligata per far fronte alle difficoltà della vita in città. A questo punto è lecito chiedersi quanto sia giusto condannare il comportamento di questi cittadini che, per sopravvivenza, hanno scelto la delinquenza, strumento disperato e indispensabile di sostentamento. Credo che qualcuno abbia delle responsabilità in materia: è tempo che i nostri dirigenti prendano coscienza dei propri doveri.

Non credo che l’Africa sia sprovvista di mezzi sufficienti per risolvere gran parte di questi problemi. Purtroppo, tali mezzi non sono correttamente utilizzati per la costruzione di strade, ferrovie e altre strutture capaci di creare i collegamenti da un punto all’altro; i nostri governi ne fanno uso personale in base al dittatore di turno. Mi capita spesso di pensare al Congo, con un’estensione quasi 10 volte quella italiana (2.345.000 kmq – 301.338 kmq), ma con neanche il 15% delle strade italiane. Avere soltanto il 20% delle infrastrutture stradali italiane permetterebbe la soluzione di buona parte del problema della fame nel mio paese.

I congolesi in particolare e gli africani in generale non chiedono grandi cose ai loro dirigenti, non sono poi così esigenti. Vorrebbero veder risolti i problemi più urgenti, quelli legati alla guerra, alla fame, alla sanità e all’educazione. Non è impossibile cominciare a pensare a soluzioni veritiere e durevoli nei confronti di questi mali. Basterebbero onestà, lungimiranza e buon senso nella gestione degli affari pubblici; sarebbe sufficiente che gli amministratori dei beni pubblici si rendessero conto che ci sono uomini che soffrono e che le loro afflizioni potrebbero essere alleviate con una gestione diversa delle risorse presenti; basterebbero senso civico e umanità da parte di chi ha l’incarico di governare uomini, donne e bambini dell’Africa.

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Dal Congo in Italia come in un sogno

Dal Congo in Italia come in un sogno - Issiya Longo

Padre Giovanni Pross

Quando lo conobbi, Padre Pross era un giovane prete, semplice, profondamente sensibile e straordinariamente coraggioso. Mi raccontò di essersi stabilito a Kisangani verso la fine degli anni 80 dove fu accolto da tanti altri missionari. Kisangani, una delle più belle e prospere città del Congo all’epoca della colonizzazione belga, era trasformata, come tutto il resto del paese, considerevolmente impoverita a causa della mala gestione delle nuove autorità: i padri dell’indipendenza. Inizialmente proprietà privata del re Léopold II (1892), il Congo fu una colonia belga dal 1904 al 1960; dopo la tavola rotonda avvenuta a Bruxelles tra il 20.01 e il 20.02 dello stesso anno, divenne un paese indipendente con un presidente sovrano, Jeseph Kasa-Vubu e un primo ministro, Patrice Emery Lumumba. Il 24.11.1965, con un colpo di stato, il generale Mobutu s’impossessò del potere, dando via ad un regime dittatoriale e sanguinario. Passando 32 anni a capo dello Stato, il dittatore ha portato il paese ad una povertà estrema, facendo, addirittura, rimpiangere l’epoca coloniale: lo Zaire, un paese grande e ricco, con abitanti poveri. Quando Padre Pross arrivò, trovò una situazione politico-economica critica. I conflitti nascenti tra i politici al potere e gli insoddisfatti del regime affondarono il paese in una crisi senza precedenti. A Kisangani, come nel resto del territorio congolese, si respirava l’aria di un forte degrado sociale, una crisi per alcuni versi peggiore della frusta del colonizzatore. L’inesistenza dello Stato che ai cittadini non garantiva alcun servizio, generò vari mali sociali di cui la corruzione, l’ingiustizia, la perdita dei valori, familiari e comunitari. Da qui il verificarsi di situazioni drammatiche tali: l’aumento della prostituzione e l’introduzione di quella minorile, il banditismo per le strade delle città e, soprattutto, il fenomeno dei bambini di strada, largamente diffuso in tutto il paese. A Kisangani questi giovani erano identificati con il nome “Phaseurs” che trae origini dal termine congolese “phaser”, “faser”. Nel gergo locale “phaser” significa dormire. I phaseurs sono quindi giovani sfortunati, non necessariamente senza famiglia, ridotti a vivere sulla strada a causa della guerra, del saccheggio e dell’estrema povertà; le loro famiglie, se esistenti, sono impossibilitate a garantir loro una crescita normale e un’educazione. Accanto a tutto ciò, esiste un altro fatto, a dir poco tragico, all’origine del diffuso fenomeno phaseur: l’allontanamento dalla propria famiglia in seguito ad accuse legate alla stregoneria. Infatti, in certe occasioni di morte improvvisa in una famiglia, molti bambini vengono qualificati “stregoni”: causa delle disgrazie all’interno del gruppo. Nella frangia superstiziosa della mia società, l’accusa di stregoneria verso un bambino ne provoca la morte sicura, spesso inferta in modi estremamente dolorosi: frequentemente, i bambini ritenuti “colpevoli” vengono immobilizzati nella parte cava di due, tre o più pneumatici, spruzzati di benzina e arsi vivi. Una morte veramente dolorosa, quella che si vuole infliggere al presunto stregone, un essere pericoloso di cui la fine deve essere esemplare, senza rammarico, né della famiglia, né tanto meno dell’intera comunità. Da tutto questo emergono molte incertezze, situazioni ambigue, poco chiare: i bambini assassinati sono accusati in modo del tutto arbitrario, senza la minima prova; nessuno ne sa dimostrare l’effettiva colpa. Le origini di questa tragedia si sentono mormorare tra la gente in questo modo: “Un tale ha sognato che quel bambino aveva ucciso lo zio e, insieme ad altri stregoni, divorato il cadavere”. O ancora: “Un pastore di quella chiesa ha avuto la rivelazione che quel bambino è responsabile delle incessanti morti all’interno della sua famiglia”. Allora, se queste accuse convincono la famiglia, il bambino sfortunato rischia molto. Quella dei bambini stregoni è una tragedia reale contro la quale dobbiamo alzarci tutti quanti, dal Nord al Sud, dall’Est all’ Ovest del mondo. Comunque, seppur raramente, in alcuni casi di straordinaria fortuna l’accusato viene risparmiato con un immediato allontanamento dalla famiglia. Di conseguenza, per lui si traccia un solo destino: LA STRADA, l’unica casa che accoglie tutti i disperati del mondo. Le cause del fenomeno phaseur sono anche altre: in molti altri casi, i phaseurs sono quei bimbi che non hanno proprio nessuno che possa occuparsi di loro, bimbi senza famiglia e completamente dimenticati dalla società in cui vivono. In ogni modo, disperati, abbandonati alla loro triste sorte, senza aiuto, senza dimora, senza sostegno, i phaseurs trascorrono la notte al chiaro di luna. Poco importano il luogo o le condizioni, l’essenziale è sdraiarsi, chiudere gli occhi e dormire; dormire fino a prima mattina e farsi bruscamente svegliare da quel soffio di vento mattutino, freddo e fastidioso, soprattutto per chi è costretto a dormire senza alcuna protezione; né lenzuola, né coperte, niente materasso, tutti per terra a respirare la polvere fine del suolo di Kisangani. Sul loro minuscolo corpo solo lembi di vestiti, sbrindellati e sporchissimi. Mamma mia, quanto sono sporchi, con il grasso di chissà quale motore delle carcasse di veicoli sparse qua e là per tutta la città, veri e propri oggetti di divertimento durante i ridottissimi momenti di relax che si concedono! Ma non tutti i phaseurs dormono la notte; alcuni di loro hanno dimenticato la parola “sonno”; non dormono praticamente mai, cercano di cavarsela fino a tarda notte per assicurarsi un minimo sostentamento vitale, approfittando delle follie notturne di qualche improvviso benefattore. Alcuni eseguono attività diurne nei mercati, nei porti, negli aeroporti, essenzialmente basata su piccoli furti o lavoretti prestati qua e là a persone sconosciute a fronte di piccoli regali; al calar del sole una parte di loro si reca in vecchi stabilimenti dismessi, altri invece raggiungono i quartieri abbandonati e vi si istallano per la notte, la loro notte, sicuramente una triste notte per un occhio esterno, sensibile ed attento. La loro tenera età mi fa venire un dubbio; vista la naturalezza e l’ingenuità con le quali abbandonano il corpo in quei posti, non so se i phaseurs si rendono veramente conto di quanto triste è la loro vita. Il loro onnipresente sorriso e quel senso spensierato mi fanno pensare che questi poveri piccoli non sono veramente consapevoli della tragica situazione in cui si trovano. Intanto, nei loro dormitori, privi di tutto e senza cura alcuna dell’ambiente stesso dove si collocano, si sdraiano per terra, pronti ad addormentarsi. Il sonno è immediato a causa della grande stanchezza della giornata. I loro sogni? Nessuno li conosce. D’altronde, chissà se i phaseurs sognano! In ogni modo, nel caso sognassero, probabilmente il loro sogno sarebbe di ritrovarsi in una bellissima famiglia, con un padre amorevole, una madre dolce e tanti, tanti fratelli, sicuri compagni di gioco. Purtroppo, generalmente i sogni di noi esseri umani non si avverano, perciò molti phaseurs ne possono solo rimanere delusi.

Tornando alle notti di questi emarginati, la fatica di lunghe giornate trascorse ad elemosinare qua e là sotto le esagerate temperature di Kisangani, non può non commuovere ogni cuore sensibile, soprattutto considerato l’età media dei soggetti, per lo più compresa tra i sei ed i quattordici anni. La notte un gruppo importante di loro non dorme e preferisce recarsi davanti a locali notturni, generalmente rappresentati da bar e discoteche; in Congo la parola “bar”, diversamente dal concetto italiano, indica un locale pubblico dove si va, non per il caffè o per una ricarica telefonica, ma per ubriacarsi e divertirsi. Il bar è il luogo ideale per la vita mondana, frequentatissimo la sera. Alcuni phaseurs hanno individuato in questi luoghi una buona fonte di guadagno; per tutta la notte si piazzano davanti agli ingressi principali dei bar e chiedono l’elemosina ai nottambuli. Ma, come si sa, la notte non è priva di pericoli, peggio ancora per creature indifese come lo sono questi piccoli. Ricordo ancora una scena successa il 16/10/1996 quando, per festeggiare il compleanno di un compagno, con alcuni carissimi amici mi recai in una discoteca in centro città. Quella notte assistemmo all’orribile pestaggio di un ragazzino brutalmente picchiato da un signore ubriaco, fuori controllo, che lo accusava di furto. L’uomo sosteneva che il piccolo lo aveva derubato del portafoglio. Erano le tre del mattino, io ed i miei amici stavamo uscendo dal locale dove avevamo appena festeggiato. Fuori dalla discoteca c’era una folla agitata, persone ubriache ed indifferenti di fronte a tale brutalità. La giovane vittima si era rintanata nell’angolino, infreddolita, affamata e ferita. Che dolore! Che pena vivere quella scena e, soprattutto, quanta rabbia quando si scoprì che il piccolo non aveva commesso alcun furto. Il suo aggressore, un animale senza cuore, aveva fatto cadere il portafoglio nella sua vecchia renault 4, senza illuminazione né dentro, né tanto meno fuori; la sua macchina era priva di fari, lui però ne era tanto fiero al punto di portarla in giro anche di notte. Questo essere ripugnante non si era reso conto che il suo portafoglio era caduto sotto il sedile del conducente. Allora, era tutto facile, il colpevole non poteva essere che quel phaseur che poco prima lo aveva sfiorato all’ingresso del locale. D’altronde si sa che quei piccoli “stregoni” sono veri e propri ladri, capaci di ipnotizzare la vittima e derubarla. Tutti contro il piccoletto, si diedero al pestaggio, riducendolo alle minime forze, incapace di muoversi per scappare. Che destino! Soddisfatti del linciaggio e, senza nulla trovargli addosso, lo abbandonarono nell’angolino e trovarono un posto all’interno del locale. Fu così che, appena fuori dal locale, lo individuammo, immobile e privo di ogni forza, incapace anche di piangere. Senza esitare, tutti e tre esibimmo le nostre carte d’identità dove era ben evidenziato la scritta: STUDENTE, una garanzia in posti come questo. Nessuno poteva alzare un dito su di noi. La nostra fama era grande, tutti sapevano che gli studenti erano intoccabili, lo erano persino per i temuti politici. Alla vista delle nostre identità, tutti quelli che stazionavano nelle vicinanze si allontanarono alla svelta. Allora, senza perder tempo, recuperammo il piccoletto e, con passo veloce, lo portammo con noi al Campus nella nostra camera dove lo trattenemmo per tutta la notte. Da quando lo avevamo recuperato alla mattina successiva quando lo affidammo a José, un laureando in medicina, per assicurargli le prime cure, il piccoletto non smise di tremare. Grazie a José, ricevette cure approfondite presso l’infermeria della facoltà di medicina. Alla fine di questo intervento ci preoccupammo di scoprire il suo domicilio, un indirizzo dove accompagnarlo. “Non ho un indirizzo”, ci disse. “Portatemi in centro città vicino al mercato centrale dove sono i miei amici. È lì che ci troviamo sempre”, concluse. Sapevamo che era un phaseur, sapevamo anche che non aveva un domicilio. Chiederglielo era solo un modo per scambiare qualche battuta, mandargli il messaggio del nostro desiderio di conoscerlo. Lo accompagnammo al posto indicato dove effettivamente c’erano altri suoi coetanei, visibilmente preoccupati dalla sua assenza. Lo affidammo ai suoi amici, provammo a passare in seguito per assicurarci dell’evoluzione delle sue ferite ma non lo vedemmo più. Fino ad oggi non ne ho mai saputo più niente. 

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ITINERARI

"La storia di un Congo tradito, umiliato, offeso, depredato, martoriato... La storia di un'umanità senza cuore". Regalati una copia di ITINERARI qui 

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Mobutu, la fine di una dittatura

ITINERARI:

... "Il Congo paga ancora oggi gli effetti delle scelte militari di Mobutu. Per colpa sua, infatti, il Congo è diventato oggetto di pesanti umiliazioni nel mondo. È un paese privo di una classe dirigente rispettabile e competente, non ci sono strategie difensive, non c’è un esercito valido ed affidabile per fronteggiare i vari nemici, interni ed esterni. È inconcepibile e pesantemente umiliante vedere che i vicini del grande Congo, piccoli paesi che non rappresentano  nemmeno  il  tre  percento  della  sua superficie,  popolazione  e  ricchezza  naturale,  non esitino minimamente a provocarlo, minacciarlo e colpirlo pesantemente. Tutto   questo   nasce   dalle   scelte   di   Mobutu, ossessivamente occupato alla cura della propria sicurezza, difesa e protezione individuale al punto di optare per la creazione di un esercito personale, la “divisione speciale presidenziale”, dandole la maggiore importanza a scapito dell’esercito regolare nazionale, chiara dimostrazione del disinteresse alle sorti del paese. Infatti, l’esercito regolare e ufficiale dello Zaire era abbandonato, con militari impreparati, mal equipaggiati e non pagati. Durante gli ultimi anni del suo regno, Mobutu non assicurava più i salari dei militari che, per sopravvivere, compievano atti ignobili ovunque nel territorio nazionale, incoraggiati dal possesso delle macabre armi che li facevano sentire invincibili e potenti nei confronti dei civili, da loro quotidianamente abusati, maltrattati, depredati. Così disorganizzati, incapaci, indisciplinati e violenti, i militari della Repubblica Democratica del Congo non sono mai stati in grado di difendere il paese dalle aggressioni interne ed esterne; hanno portato il paese all’odierna situazione nella sua parte orientale, le ripetute ribellioni sponsorizzate dai paesi vicini, una crisi militare e politica all’origine di drammatici episodi in seno alla popolazione civile. Tutto questo è la logica conseguenza della politica dell’ex dittatore dello Zaire, Mobutu Sese Seko, morto nel 1997. Da vent’anni ormai, ogni mattina il popolo congolese si sveglia con il terrore di vedere parte del paese passare sotto il dominio di qualche vicino sempre minaccioso e, grazie ad importanti sostegni esterni, che agisce impunito con varie azioni belliche all’interno del territorio congolese..."

ITINERARI: 

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Itinerari

Itinerari - Issiya Longo

Per acquistare il libro:

a. formato ebook: Amazon, Nokia Reading, Apple Ibooks, ibs.it, bol.it, lafeltrinelli.it, mediaworld.it, pilade.it, 9am.it, ebook.it, ilgiardinodeilibri.it, libreriauniversitaria.it, webster.it, biblet.it, Hoepli, Deastore, Rizzoli, Ebookyou, Youcanprint

b. formato cartaceo: Youcanprint, Amazon, lafeltrinelli, libreriauniversitaria...

 

 

 

 

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ITINERARI

ITINERARI - Issiya Longo

Prossima pubblicazione di Issiya Longo (Dicembre 2012) - "La Storia di un Congo tradito, umiliato, offeso, depredato, martoriato... La storia di un'umanità senza cuore!"

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DIASPORA, L'Africa che fa?

DIASPORA, L'Africa che fa? - Issiya Longo

DISPORA, programma di Afriradio, condotto da EKUTSU MAMBULU, giovane intellettuale di origine congolese. 

INTERVISTA

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Recensione su DESTINI II

Recensione su DESTINI II - Issiya Longo

Recensione di Areta Fiume sul libro DESTINI II

Che cos'è un libro, se non il prestito di emozioni, pensieri, vita vissuta o immaginata che un uomo fa ad un altro nel momento in cui si fa leggere?

"Nel tempo che Issiya Longo ha prestato a me il suo libro, ho immaginato la sua vita in Congo prima e in Italia dopo, ho tentato di vedere attraverso i suoi occhi le storie che narra, ho fatto spazio alle sue emozioni per condividerle fino a piangere il suo pianto e quello dei suoi personaggi, ho voluto pensare i suoi pensieri e cercato di capire un popolo lontano da me nello spazio e nel tempo, di "integrarmi culturalmente". E non è stato facile. Nella lettura ho comunque portato me stessa, il mio modo di vedere la realtà, le mie mappe mentali, la mia cultura, i miei valori e credenze, la mia fede. Ho cercato di essere un'osservatrice partecipante. E così ho ascoltato e ascoltando ho partecipato e partecipando ho capito e capendo ho amato. Abbandonare, se pure per lo spazio della lettura di un libro, la propria cultura, la propria mappa del mondo, per accogliere quella di un altro popolo, anche se resa masticabile dalle interpretazioni di chi di quel popolo fa parte, è un'operazione complessa e richiede l'affidarsi completamente a chi narra lasciandosi guidare per sentieri sconosciuti. E' un'esplorazione che riempie la mente e il cuore e apre al desiderio di visitare luoghi e conoscere persone, tradizioni, culture diverse.

Da questo libro di Issiya Longo se ne potevano trarre almeno altri tre, di cui uno interamente autobiografico. E invece forse per l'urgenza di raccontarsi, e anche di condividere e anche di liberarsi del suo carico di storia di generazioni millenarie, almeno sulle pagine di un libro, Issiya ci narra di vite dolorose ma anche coraggiose, che si intrecciano con altre vite che si intrecciano con i mille pensieri che spaziano nelle pianure della sua anima, che corrono liberi come gazzelle e cacciano come leoni, che sostano al tramonto di rossi soli infuocati, che si avventurano nella jungla, sempre e comunque alla ricerca di un senso dell'esistere e nel desiderio di Dio, nella consapevolezza del legame con chi lo ha preceduto e con chi a lui seguirà. Una consapevolezza intergenerazionale, quella di Issiya Longo e del suo popolo, che l'uomo occidentale ha ormai perduto. L' Autore tenta attraverso la narrazione di riunire e conciliare in sé due mondi, quello occidentale, capitalista e spietato legato all'individualismo, al denaro, allo sfruttamento, ma anche al tentativo di libertà, di democrazia, di convivenza civile, che lo ha accolto e dove lui ha potuto proseguire la sua vita trovando comunque uno spazio in cui sentirsi a casa, e quello africano, congolese, legato alla natura, alla terra, alle stagioni, ad usi e costumi unici e ad uno sguardo estraneo a volte crudeli, alla famiglia, alla comunità di cui si fa parte comunque anche se ci si allontana fisicamente. E ci riesce nella fede, trovando in Dio la sua forza, il senso della sua narrazione di vita.

Nel leggere il libro sono stata tentata di dare un giudizio allo stile, all'accuratezza dell'editing (di cui forse ci sarebbe stata una qualche necessità), ma poi ho voluto interpretare la scelta dell'Editore come una scelta di indipendenza di pensiero, lontana da logiche stilistiche o di mercato. I pensieri autobiografici narrati da Issiya Longo meritano di viaggiare su binari senza rotaie perché provengono da una terra nata libera, una terra lontana dall'Italia, ma che non appartiene solo a Issiya perché, dono di Dio prima ad Adamo ed Eva e Suo prestito dopo all'Umanità tutta. Eppure "Niente assolutamente niente di ciò che sembra appartenerci, è nostro" ci insegna Issiya Longo e la sua è una grande lezione di vita, per "lasciare al mondo e ai vivi dei fatti e dei ricordi che onorino il nostro passaggio sulla terra." Penso di non sbagliare se affermo che Issiya Longo ha scritto questo libro proprio per "onorare il passaggio" , dedicando le ultime pagine a far conoscere al lettore l'Associazione Onlus Undugu, da lui fondata per aiutare concretamente gli emigranti congolesi a ritornare ai villaggi per contribuire al loro sviluppo, costruendo vie di trasporto, centri urbani, infrastrutture."

"Possano gli antenati guidare ciascuno di noi in tutte le circostanze della vita. E che Dio, oltre al respiro che ci presta, continui a vegliare su tutti noi e i nostri cari". Questa preghiera finale, che è la linea guida del libro della vita di Issiya Longo, scrittore originale, è il dono raro che egli lascia ai suoi lettori e che resta infine nel cuore.


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Mokolo nakokufa - Il giorno che morirĂ²

Il prestito di Dio”, uno dei tre racconti di DESTINI II, è una profonda analisi del dono della vita, dell’uso che ne facciamo e di tutto quanto correlato con il fluire dell’umanità. “Mokolo nakokufa” (il giorno che morirò), un interrogativo sul mistero della morte e l’incognito che ne sussegue.

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Intervista al "Il Giornale di Vicenza"

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I libri di Issiya Longo su Facebook

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DESTINI BRUCIATI

La storia di Mohamed Bouazizi (Sidi Bouzid, 29 marzo 1984 – Ben Arous, 4 gennaio 2011), parla di un giovane tunisino che, per le estenuanti pressioni di una vita sempre più drammatica, si dette fuoco scatenando la reazione generalizzata nel mondo arabo. Nella vita succede di dover fronteggiare situazioni disperate che portano a esiti tragici, se non gestite con responsabilità e autocontrollo. Molte categorie sociali, ad esempio i giovani diplomati, disoccupati e senza prospettiva, sono esasperati a causa di classi politiche irresponsabili, incapaci di rispondere concretamente alle loro esigenze. Le notizie che circolano nel mondo su questo aspetto delle nostre società, dall’Africa all’Europa, all’Asia, all’America e a tutto il resto del mondo, non sono rassicuranti. Ricordo l’epoca in cui frequentavo l’Università in Congo, quasi vent’anni fa, quando tra gli studenti si discuteva proiettandosi al futuro in base alla situazione di coloro che ci avevano preceduto. Infatti, la vita di tantissimi giovani intellettuali, diplomati e laureati, non era incoraggiante. Ovunque nel paese si potevano vedere giovani diplomati e laureati vagabondare in cerca di un’occupazione, senza mai trovarla. Armati di cartelle piene di attestati, lauree e diplomi vari, gironzolavano per le vie delle città bussando ai portoni delle aziende, statali e private. Solo pochi di loro riuscivano a trovare impiego...

(Destini II)

DESTINI BRUCIATI - Issiya Longo
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Itinerari (Prossima pubblicazione)

ITINERARI
“La storia di un Congo tradito, umiliato, offeso, depredato, martoriato … La storia di un’umanità senza cuore”.

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DESTINI II

È stato pubblicato il libro DESTINI II: ABOMINAZIONE, IL PRESTITO DI DIO, LUFUA LWA NKADI

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Lufua Lwa Nkadi (La morte di Nkadi) - "DESTINI II"

Lufua Lwa Nkadi (La morte di Nkadi) - "DESTINI II" - Issiya Longo

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Oggi, amo definire l’Africa come “il posto ideale per le uccisioni di ogni genere”: uccisione degli animali; uccisione degli usi e dei costumi dei vari popoli, progressivamente e sistematicamente sostituiti da pseudo-valori stranieri; massacro anche dei valori stranieri, adottati in modi, tempi e luoghi inadeguati; uccisione di tante vite umane per mezzo di armi di cui la più pericolosa rimane l’estrema povertà, arma bianca e micidiale che colpisce e consuma lentamente, usata in modo subdolo dai nemici delle popolazioni africane; uccisione dell’ambiente con la deforestazione selvaggia e incontrollata. Mi chiedo, da sempre, quando il mio continente finirà di essere vittima dell’avidità e degli sporchi interessi di tutti gli avvoltoi di questo strano pianeta. Voglio proprio convincermi che esista un altro mondo in cui vivano creature più rispettose, più consapevoli, più coscienziose, più intelligenti, più umane! 

...

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IL PRESTITO DI DIO - "DESTINI II"

L’uomo e le sue ipocrisie (tratto da DESTINI II) 

Solo poco tempo fa, una triste scena scosse la mia coscienza, valore che, mi si dice, fa di me un essere umano, differenziandomi dagli altri esseri viventi “non umani”. Ero per strada, diretto a una fermata dell’autobus quando, improvvisamente, vidi tre uomini uscire dalle pompe funebri, eccitati, felici e divertiti: 

“Su ragazzi, su, su, su, andiamo! C’è lavoro, su, coraggio!” esclamava ad alta voce colui che credo fosse il titolare. Allora mi fermai, attratto dall’eccitazione del trio. Decisi di spendere un po’ del mio tempo a osservare quel gruppo, così esaltato e motivato. La ragione di tanta euforia? Dopo un periodo senza decessi, quindi senza lavoro e senza soldi, finalmente era arrivata una bella notizia: la morte di un povero disgraziato, uno a cui era stato tolto il fiato della vita. Un bel motivo per esultare e far festa. Allora pensai tanto. Mi domandai quale fosse stata la preghiera del proprietario di quelle pompe funebri e dei suoi dipendenti quando, per un periodo che presumo lungo visto l’entusiasmo generato dalla notizia, nei loro locali non arrivava nessuna telefonata per il decesso di qualcuno, nessuna richiesta del servizio funebre. “Chissà?” pensai, “chi potrebbe sapere quale sia la preghiera di quel proprietario delle pompe funebri, ogni sera, prima di coricarsi? ‘Dio, fa che muoia qualcuno’, forse”.  

La mia terra, il Congo, è tenuta in ostaggio da una squadra diabolica di  politici, imprenditori, falsi volontari, i veri istigatori, promotori e sostenitori di tutti i disordini, causa di disastri e sofferenze nel mondo. Ricollegandomi a quanto raccontato sull’imprenditore delle pompe funebri, mi domando quali siano le preghiere e i desideri reali di quegli imprenditori, di quei falsi volontari delle ONG e di alcuni politici. Sono convinto che molti di questi, con falsa apparenza, falso interesse e  falso  altruismo gioiscano allo scoppio di guerre civili e disordini, godano nel vedere i fratelli dello stesso paese squartarsi l’uno con l’altro… Tutto questo è evocato dal loro lavoro che genera ricchezza e benessere per pochi e tragedia per molti. Il mondo è un pianeta ricco di falsi benefattori, avvoltoi demagoghi ed ipocriti  pronti a saltare sulla carcassa di un loro simile sfinito dalla fame, dalle malattie, dalla povertà per rosicchiarne gli avanzi di ossa già  spoglie. Tuttavia, voglio aggrapparmi fino alla fine alla certezza dell’esistenza, in mezzo a tutti questi avvoltoi, di qualche anima pulita, persone che lavorano e lottano quotidianamente per un mondo ed un’umanità migliore.

In questi ultimi vent’anni, milioni di congolesi sono stati massacrati, trucidati da un nemico spietato, interno ed esterno, uomini senza cuore attratti dalle ricchezze del suolo e sottosuolo congolese; l’eccitazione del sangue li ha macchiati anche di crimini non strettamente legati al denaro: milioni di donne e bambine sono state stuprate con una violenza inaudita. Tantissimi crimini sono stati voluti e, di conseguenza, taciuti dai loro vari promotori, nonché beneficiari illegittimi delle ricchezze del bel paese africano: “Se un morto israeliano vale molti morti palestinesi, quanti cadaveri congolesi per un sudario di Gaza?”. Perché non si parla adeguatamente dei milioni di uomini, donne e bambini barbaramente assassinati in pieno cuore d’Africa? Di fronte alle morti congolesi, il mondo si comporta esattamente come la maggioranza degli autisti sulla strada, vergognosamente apatici davanti alla carcassa di un qualunque animale tamponato, travolto, ammazzato da un altro chauffeur alla guida di un veicolo; un corpicino, spesso un gattino, che tristemente giace sul bitume rovente d’estate e freddo d’inverno, ripassato senza pietà sotto migliaia e migliaia di pneumatici riscaldati dai giri dei motori finché, consumato, svanisce nel nulla... (Destini II)


Ordina subito la tua copia di DESTINI II e leggila prima di Natale

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DESTINI II

DESTINI 

ANGEL MIMIAFO 

ABOMINAZIONE 

 

Sposami! 

Torna qui e sposami, 

Ekofo! 

Possibile che non mi ascolti, 

che non mi capisca, 

che non mi risponda,  

mai? 

Perché continuo ad essere incompresa? 

Ekofo! 

Perché questo silenzio infinito? 

Ascoltami, 

Amore mio. 

Ascolta la tua donna. 

Per tutto quello che sta succedendo, 

caro Ekofo, 

la colpa non è solo mia; 

è anche di mia madre. 

È soprattutto sua. 

Sì, 

lei è la grande colpevole, 

responsabile del mio calvario. 

Avermi fatta così: 

bella,  

sensuale, 

affascinante,  

profondamente attraente e, 

secondo molti, 

irresistibilmente provocante. 

Tu non lo sai, 

Ekofo. 

Non sai quanto difficile sia controllare e dominare certe cose come 

il successo, 

la fama, 

la bellezza… 

Sì, 

la bellezza, 

 Ekofo. 

La BELLEZZA! 

Se soltanto fossi tu al posto mio, 

caro Ekofo Senior Bolekelà. 

Credimi; 

è molto probabile che non avresti retto. 

Tutti quegli uomini, 

belli e brutti, 

ricchi e poveri, 

forti e deboli… 

Tutti quegli sguardi bramosi,  

per me. 

Tutte quelle attenzioni,  

per me. 

Non è facile sostenere tanta pressione. 

Io non ce l’ho fatta.  

Tante volte non ho saputo resistere. 

E la mia debolezza per il genere maschile, 

la lusinga dei corteggiamenti, 

la passione per il sesso, 

tutto ciò mi ha spinta tra le braccia di tanti uomini, 

senza remore,  

senza sosta,  

senza rimpianti. 

Ci furono periodi, 

durante l’adolescenza, 

in cui avevo più incontri sessuali nell’arco della stessa giornata, 

con uomini diversi. 

Quattro volte, 

cinque volte, 

sei volte… 

Mi piaceva tanto. 

Il sesso non mi bastava mai. 

Una vera e propria droga,  

senza sensi di colpa,  

consumata serenamente. 

E la mia bellezza ne era complice, 

carburante essenziale,  

alimentava la mia passione. 

Ovunque andavo, 

nel villaggio o fuori di esso, 

la quantità dei miei ammiratori smaniosi era incontenibile. 

La mia fama era come un profumo inebriante. 

E io, 

forse affetta da ninfomania, 

non potevo respingerli. 

Soffrivo profondamente nella negazione, 

mi esaltavo nella concessione. 

E “il dopo” m’incitava a ricercarne ancora l’ebbrezza. 

Tutti,  

ormai, 

conoscevano la mia passione e la mia debolezza. 

Avevo acquisito la fama di essere una ragazza leggera, 

molto facile. 

Lo sapevano tutti. 

E tutti hanno voluto assaggiare le mie delizie, 

approfittando della mia generosità, 

gioventù e bellezza. 

Sono stata di molti uomini, 

Ekofo. 

Ma spero che tu sappia di essere l’unico, 

il solo uomo, 

nell’universo, 

che io abbia mai amato. 

Colui che amo tuttora. 

Che amerò per sempre. 

L’unico grande e vero Amore della mia vita! 

Oggi, 

in seguito a quella gravidanza che mi ha trasformata, 

non sono più la principessa dei tempi passati. 

La bellissima ragazza che faceva innamorare tutti, 

uomini e donne senza distinzione. 

La mia pelle scura come il “ngolo”, 

da venere nera, 

i miei denti bianchissimi, 

le mie forme e, 

soprattutto, 

i miei capelli, 

neri come l’ebano, 

lunghissimi e profumati. 

Eh sì, 

caro mio Ekofo. 

Non so se ricordi ancora i miei capelli, 

quelli che ti fecero impazzire e innamorare. 

Gli stessi che, 

peggio, 

causavano risse infinite tra le donne del villaggio, 

gareggianti ogni mattina, 

per il diritto di farmi le treccine, 

e approfittare del profumo naturale, 

sensuale della mia capigliatura, 

fragranza che le accompagnava lungo tutta la giornata, 

rendendo un po’ speciali anche loro. 

Adesso invece, 

di tutto ciò, 

rimangono solo i ricordi. 

Iniziò tutto quel pomeriggio di tre anni fa quando, 

fortemente infatuato, 

mi portasti per i sentieri della foresta in una passeggiata romantica. 

Avevo soltanto sedici anni. 

M’innamorai follemente di te. 

E ancora oggi, 

sento pulsare il sangue nelle vene, 

riconosco il battito del mio cuore in ogni istante della giornata, 

sento che potrei morire di questo Amore per te. 

Una passione che mi fa vivere, 

unica, 

irripetibile! 

Quell’incontro e quella passeggiata ebbero un seguito concreto, 

felice: 

rimasi incinta. 

Ma te ne andasti poco dopo, 

senza esserne informato. 

Fu l’inizio del mio calvario. 

Ricordi, 

Amore, 

i nostri bei momenti insieme? 

Quei brevi attimi durante i quali sognavamo, 

progettavamo e immaginavamo il nostro futuro insieme? 

Avevamo espresso il desiderio di avere cinque figli. 

Il primo? 

Lo avremmo chiamato Ekofo. 

Sì, 

proprio così. 

Ekofo, 

come te. 

E così l’ho chiamato, 

Amore. 

Nostro figlio si chiama Ekofo Junior! 

Fotocopia di suo padre, 

in tutto e per tutto. 

Senza te qui, 

lui è la mia unica gioia. 

Essendo io diventata il disonore della famiglia e del villaggio intero, 

nessuno mi sorride, 

nessuno mi parla. 

Tutti mi additano, 

mi guardano con la coda dell’occhio, 

m’insultano, 

mi umiliano. 

La mia colpa? 

Essere una ragazza madre, 

senza un compagno, 

senza un marito, 

sotto il tetto paterno. 

Lo sai benissimo, 

Amore. 

Sai bene la sorte crudele di una ragazza madre nel nostro villaggio. 

È per questo che, 

se mi leggerai, 

se mi sentirai, 

se mi penserai, 

torna immediatamente da noi. 

Torna qui, 

Ekofo, 

e… 

SPOSAMI! 

 Ngolo: pesce d’acqua dolce che vive nei ruscelli delle foreste tropicali africane, appartenente alla famiglia anguilliadae e dalla pelle molto scura. 

Angel rimase con i fratelli e i genitori nella grande casa familiare dove Ekofo Junior, il beniamino del villaggio nonostante le origini materne, trascorse i suoi primi due anni. Suo padre, Ekofo senior, non tornò mai da quel viaggio che lo strappò da Mpamà, conducendolo verso l’ignoto, per sempre. Di lui, nessuno seppe più nulla....
Per odinare copia del libro:
Tel: 0423.946095 - 340.0541432
www.lariflessione.com 

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Flash: DESTINI (2)

                        DESTINI (II): Abominazione, Il prestito di Dio, Lufua lwa Nkadi. 
                                                               Uscita imminente!
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Drammatica invasione di profughi di guerra

Pezzo tratto dal libro "Dal Congo in Italia come in un sogno"

...
È dal 1994 che Padre Barbieri conduce questa vita difficile. In quell’anno il Ruanda conobbe una guerra civile, forse la più triste e cruda in tutta la storia dell’Africa, ostilità che io stesso vissi in prima persona. Questo drammatico avvenimento coincise con il periodo in cui il prete aveva deciso, per la scarsità delle offerte dei benefattori, di tagliare i piccoli fondi che devolveva in Africa e altrove. Scosso dalle tremende immagini della guerra in Ruanda, decise di fare un viaggio in Kivu, regione del Congo che ne condivide il confine. La prossimità tra questo paese e la provincia del Kivu spiega la presenza di migliaia di rifugiati ruandesi in questa parte del Congo. Il Padre volle affrontare quel viaggio con l’obiettivo di toccare con mano la realtà sia di chi sfuggiva alla guerra che degli stessi abitanti del Congo, costretti a subire l’arrivo massiccio e disperato dei ruandesi. La situazione non fu facile, un dramma per tutti. Vi erano problematiche relative ai rifugiati, costretti a percorrere migliaia di chilometri a piedi sfuggendo alle crudeltà di chi li perseguitava. Scossi dagli eventi, uomini e donne sensibili, impotenti dinanzi a scene d’odio, allo spettacolo di sangue che offriva il genocidio del Ruanda, piangevano e si disperavano. Tutta la città di Bukavu era in lutto, uno spettacolo terribilmente crudo e amaro. Ci furono lacrime, disperazione e pianti ovunque, delle vittime e di chi ne fu testimone. Non credo possa esistere qualcosa di così triste ed agghiacciante come un’intera città che piange. Il genocidio in Ruanda pone l’accento chiaramente, ancora una volta, sul fatto che gli uomini, quando vogliono, possono trasformarsi in vere bestie selvagge, certo peggiori di quelle che regnano nella foresta. 

Padre Barbieri sbarcava nel Kivu quando queste atrocità volgevano verso la fine. Visse l’avvenimento dei rifugiati e condivise tutta la sofferenza di questi uomini, donne, bambini privi di accesso a cibo, acqua, medicinali, senza una casa, senza una terra, senza un paese. La guerra li aveva privati di tutto e della vita, della loro vita! Attraverso i loro occhi si leggeva solo sofferenza, e ancora sofferenza. Le loro notti non erano poi così diverse dalla nostra concezione d’inferno; la gente, martoriata, moriva ovunque. Nei campi profughi la mattina, a seguito d’interminabili notti, si vedevano corpi senza vita stramazzati a terra accanto ad altri che si muovevano appena, privi di ogni forza e persino della minima energia necessaria per allontanare i vivi dai cadaveri. Uno spettacolo orribile, indescrivibile. Era l’inferno sulla terra! Se non fosse stato grazie alla presenza di numerose ONG e d’innumerevoli volontari provenienti dalla popolazione locale, questa situazione disumana avrebbe causato ancora più problemi legati all’igiene delle persone e dell’ambiente. Lo stato d’animo degli abitanti di Bukavu era scolpito nei loro volti: avevano occhi tristi, sconvolti e rossi per i pianti infiniti. Come rimanere indifferenti davanti ad una simile catastrofe umana e ambientale? Ogni mattina innumerevoli cadaveri straziati dalla sofferenza venivano raccolti e gettati su camion che li scaricavano nelle fosse comuni. E per tutta la giornata si assisteva ai viaggi di autocarri carichi di corpi senza vita ammassati l’uno sopra l’altro come legna da ardere... 

 Chi volesse leggere l’opera completa, può acquistarla tramite il sito della casa editrice La Riflessione
, quelli delle librerie online, nel nostro negozio UNDUGU MULTISERVIECE (via Montegrappa,4 – Fonte –TV- Tel./Fax: 0423.946095), infine, a Bassano D. G. presso le librerie “Palazzo Roberti”, "La Bassanese".

 

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Harry, il piccolo principe

Harry, il piccolo principe - Issiya Longo


Harry, il piccolo principe
/ DESTINI: Figli d'Immigranti

Harry era un simpatico bambino inglese, sensibile, tenero e molto socievole. Arrivato a Bukavu con i genitori a soli tre mesi di vita, il piccolo inglese trascorse l’infanzia in Congo, condividendo tutto con la coetanea Safi, figlia della governante della famiglia, madame Nyota (Stella in italiano). Il padre di Harry, Mister John, era un uomo piuttosto duro, rigido e con fare molto autoritario. Severo e spaventosamente conservatore, Mister John non permetteva al figlio la compagnia di bambini congolesi, il classico esempio dell’immigrato occidentale in Congo. Cresciuto quasi sempre in casa, Harry non sapeva nulla dell’ambiente circostante, non ne aveva nessun contatto. Aveva sempre condotto la vita da piccolo inglese, tra le quattro mura domestiche con i suoi genitori, Madame Nyota e l’amica Safi. L’unico ponte tra Harry e la cultura locale erano proprio queste due persone, alle quali i suoi genitori avevano intimato l’ordine di non uscire mai dalla concessione, pena cessione del rapporto di lavoro che li legava. Mr. John aveva accettato, non senza rammarico, che il figlio condividesse i giochi con Safi; non poteva andare diversamente. Questo bambino doveva pure giocare e farlo da solo risultava poco interessante, soprattutto quando, in una piccola baracca nella concessione della famiglia a soli quindici metri dalla villa, viveva una coetanea, educata, interessante, molto simpatica e carina, unica compagna. Harry ottenne di frequentare Safi grazie all’insistenza capricciosa comune ai bambini, ma anche per l’intervento della mamma, Miss Jane. Ogni giorno, ogni sera il piccolo ripeteva al padre che voleva andare nella baracca, voleva salutare Safi, portarle del formaggio.

Da Mr. John non si riceveva nessuno, né bianchi, né neri. Nessuno. Gli unici a frequentare la graziosa villa costruita di fronte al lago Kivu erano i domestici, rigorosamente scelti e ininterrottamente sorvegliati, ogni movimento, ogni parola, ogni sguardo. Madame Nyota era ben amata da tutti i Robinson, marito, moglie e figlio. Lei poteva accedere anche alla camera da letto dei suoi datori di lavoro, pulirla, sistemarla; un privilegio assoluto, oggetto dell’invidia dei colleghi, il cuoco Jean e il giardiniere Joseph. Alla fine delle sue giornate lavorative, Mr. John rientrava immediatamente a casa. Lui non andava proprio da nessuna parte a differenza della moglie che usciva con Jean per le spese della famiglia. L’unica uscita dei Robinson insieme era la domenica, al circolo sportivo di Labotte, luogo d’incontro di molti espatriati occidentali di Bukavu. Qui potevano giocare al tennis, la sua passione, nuotare nella piscina attrezzata direttamente nel lago, bere la tembo (una birra locale dal fortissimo sapore amaro) e partecipare a molte altre attività sportive con i suoi connazionali e con tanti altri immigrati occidentali. Al di fuori di questo luogo e dei domestici, la famiglia Robinson non aveva nessun altro contatto umano.

Harry e Safi crebbero praticamente insieme. Ma la situazione non cambiò, malgrado i vent’anni vissuti in Congo, a Bukavu. Mr John non permise mai al figlio di frequentare altre realtà al di fuori della loro proprietà. Harry aveva un insegnante personale e, ogni anno, effettuava due viaggi verso l’Inghilterra insieme alla mamma. La terza volta succedeva a dicembre quando a loro due si aggiungeva anche il padre, in viaggio verso la patria per le vacanze di fine anno. Ma tutto questo non rappresentava più nulla agli occhi di Harry, oramai quindicenne e follemente innamorato di Safi, la ragazza, unica vera compagna di gioco fin agli albori della sua vita, ma dalla quale il padre voleva assolutamente allontanarlo. Lui, Mr John, non poteva accettare un tale legame, vero insulto alla sua persona, al suo rango e, soprattutto, alla sua visione sul futuro del figlio. Uno scontro fra i due fu inevitabile, un periodo buio, un conflitto che determinò il seguito del loro rapporto. Il giovane inglese fu rimandato in patria, un paese che conosceva a malapena, e che, di conseguenza, amava ben poco. Infatti, malgrado le restrizioni del padre, Harry amava vivere in Congo, era questa la sua patria, e Safi la ragazza che diceva di aver scelto per la vita. Rimandandolo in Inghilterra, il padre sperava di interrompere il legame con la fidanzata congolese. Si sbagliava.

Harry mantenne il contatto con Safi e, rimandato in Inghilterra a quindici anni, a ventuno compiuti fece il rientro in Congo, facendo il percorso contrario a quello della sua famiglia che stava tornando definitivamente in patria. Fu organizzato il matrimonio fra i due giovani, generando la terribile furia del padre. Quel giorno, il legame tra padre e figlio si consumò, per sempre.

Oggi, nel 2010, una decina d’anni dopo che la coppia, dal Congo, volò e se ne andò in Inghilterra, Harry e Safi vivono sempre insieme, contenti e felici di crescere e educare i loro tre bellissimi figli. E noi gli auguriamo ogni bene, la salute, una vita dolce e allo stesso tempo prosperosa, lunga e fortunata, nel paese della grande regina Elisabetta d’Inghilterra. Anche questa è una storia d’un figlio d’immigrato.

Concludendo direi che, in tutte queste storie di matrimoni misti, ciò che più tocca la mia sensibilità sono i bambini, i loro problemi, le loro difficoltà nella comunità e nella famiglia. Gestire ed educare i bambini è un compito difficile che richiede pazienza, saggezza ed intelligenza. Tale mansione diventa ancora più difficoltosa quando, a svolgerla, sono due persone aventi due culture, due visioni del mondo e due sistemi diversi, magari anche incompatibili. Ed è proprio da queste divergenze che nascono molti fatti di cronaca, argomenti che, ad esempio, narrano le disavventure di bambini rapiti e portati via dai genitori. Spesso sono persone che non tollerano le modalità dell’educazione che il coniuge intende applicare sui figli. Tale rifiuto le porta allora a compiere atti ignobili come quello di rapire il proprio figlio, anche nel rischio di causargli traumi permanenti. Molti adulti, accecati da sentimenti egoistici, si dimenticano spesso quello che è davvero il bene dei bambini, agendo solamente per soddisfare i loro stessi desideri. Secondo me, i bimbi vanno seguiti nel modo più corretto possibile, mettendo da parte le divergenze, le incomprensioni e l’antagonismo in seno alle coppie, e infine, trasmettendo loro il giusto equilibro in tutte le cose.

Possano gli antenati guidare ciascuno di noi in tutte le circostanze della vita. E che Dio, oltre al respiro che ci presta, continui a vegliare su tutti noi e i nostri cari.

 

La seguente è una piccola poesia scelta tra le moltitudini di lettere d’amore che Safi scrisse al suo principe d’Inghilterra, colui che chiamava “il piccolo Harry”.

 

DELL’AMORE DEL PICCOLO HARRY, VIVERE!

 

Piccolo mio Harry,

piccolo mio principe,

piccolo Amore mio.

Ti prego.

Salva questo cuore martoriato,

fammi vivere del tuo Amore.

Amarti è così forte,

Amore mio,

temo diventi peccare.

Io,

la tua piccola Safi,

la tua principessa nera dai denti di diamanti,

 come usavi dirmi,

fossi stata un’erede al trono,

la mia richiesta saresti stato tu.

Un regalo d’Amore,

dal re,

alla propria figlia.

Allora mi sarei trasformata in una cannibale,

e mi sarei cibata del tuo corpo,

per potere vivere,

io e te,

in un’unica entità.

Purtroppo,

sono solo figlia di una governante in pensione anticipata,

orfana di padre,

senza amici e,

senza il mio principe.

Amore mio,

La cattiveria di tuo padre ci ha allontanati,

soffocando il mio sogno,

distruggendo la mia vita.

Fai presto,

Amore,

come hai promesso.

Vieni a sposarmi.

Altrimenti,

il mio cuore,

avvolto nel Kongò bololo*,

farò portare sotto l’orribile portone della villa di tuo padre.

Così,

egli capirà la mia amarezza di vivere senza il mio principe.

Ma temo che ciò non serva a nulla.

Lui è un uomo duro e spietato,

egoista e insensibile.

La sua cattiveria,

Amore mio,

mi asciuga il sangue,

mi consuma l’anima.

Ti vorrei qui,

a Bukavu,

a Muhumba.

Ma non ti vorrei vedere.

Non vorrei farmi vedere da te.

Il mio aspetto,

da quando te ne sei andato,

è cambiato.

Sono trasfigurata.

Avevi detto che avremmo vissuto insieme in eterno.

Oggi invece,

sola,

la mia vita è traumatizzata,

uguale a quella del popolo d’Hiroshima e di Nagasaki,

quando,

in quel triste 1945,

 l’inferno scese sulla terra con la bomba atomica.

Un’esistenza disperata, spaventata, disorientata, sconvolta.

Pare che parte dell’uranio che servì a costruire quella bomba venisse dal Congo,

la mia patria.

Un’affermazione che mi rattrista tanto,

e mi fa sentire in colpa.

Mi vergogno d’appartenere alla nazione per colpa della quale,

migliaia di persone persero la vita nel fuoco e la distruzione.

E allora mi chiedo se quella mia è veramente una terra benedetta,

o è semplicemente un posto maledetto dal Creatore,

l’origine del male e della morte in tutti i suoi sensi.

È vero,

Amore mio.

È assolutamente vero che ricchezza non vuol dire salvezza.

Essa può anche significare perdita dell’anima e dell’umanità.

Ricchezza può significare anche morte!

Una cosa turba la mia anima giorno dopo giorno:

ogni mattina mi alzo e mi chiedo,

con grande stupore,

come possa un paese,

quello mio,

 essere tanto ricco ma,

allo stesso tempo,

tanto povero!

I vari diamanti, oro, cassiterite,

coltan, cobalto, zinco, argento,

stagno, germanio, ferro, manganese,

radio, rame, fosfato, legname, potassa,

piombo, petrolio, bauxite, gas naturale,

etc.,

vorrei tanto sapere che fine fanno,

visto che il popolo congolese continua a patire la fame,

e la miseria più disperata.

Dall’altra parte,

scoprire quelle notizie sull’origine della bomba d’Hiroshima,

per una persona con la mia sensibilità,

il mondo e la vita assumono un sapore davvero amaro.

L’esistenza dell’uomo,

la sua ragione d’appartenere al sistema solare,

e all’universo,

si vanificano.

Io credo che tutte quelle ricchezze dovrebbero servire a generare la vita,

e a migliorarla;

non ad uccidere o tentare di estinguere altri popoli.

Harry Amor mio.

Tornandotene in Inghilterra,

mi hai lasciata sola,

come la luna nei cieli,

sempre sola,

e senza un suo simile vicino.

Sola come la metà della più onerosa delle banconote,

strappata, vanificata, svalorizzata, inutile.

Sola,

come un cucciolo di scimmia nella giungla congolese,

orfano della madre,

morta contemporaneamente alla sua nascita.

Abbatti le frontiere,

Amore.

Vieni dalla donna che ti ama più di ogni cosa,

anche di se stessa.

Vieni a prenderti il cuore che Dio ha creato solo per te.

Se non lo farai,

allora presto egli se lo riprenderà.

Ricordi quella volta che,

rimasti da soli in casa,

nella grande cucina iniziammo a ballare al ritmo di “sexual healing”?

Solo pochi minuti dopo,

la signora Taylor,

tua madre,

ci colse in flagrante,

e ci punì severamente,

richiudendoti in camera per diversi giorni,

ed impendendoti di cercarmi.

Quella fu l’unica volta,

nella mia vita,

che concessi un ballo ad un ragazzo.

E che ragazzo?

Era il mio Harry,

bello, alto, occhi azzurri, bianco con lunghi capelli biondi.

Un rarissimo esemplare di sesso maschile.

Con il tuo lungo silenzio,

ho l’impressione che non t’importi più nulla di noi.

Che,

 in quest’Amore,

a soffrire sia soltanto io.

Ho perso tanti kili.

Ho perso anche l’appetito.

Allora,

preoccupata,

ho deciso di consultare un medico.

La sua diagnosi dice che sono affetta dall’anoressia d’Amore.

 E che,

per guarire,

abbia assolutamente bisogno di tanta presenza del mio principe,

delle sue coccole e delle sue attenzioni.

Ma il dottore dice anche un’altra cosa:

pare che questa situazione,

a lungo andare,

mi porterà a perdere anche quel forte desiderio che sento di riabbracciarti,

così come ho già perso la libido.

Sì Amore mio.

Anche se ti amo da morire,

e che vorrei tanto averti qui,

ciò nonostante,

ho paura di aver perso quel fortissimo desiderio di te.

È strano,

ma non risento più alcun bisogno sessuale,

né con te,

né con nessuno.

Tuttavia,

ricordalo,

piccolo mio Harry.

Ricorda che,

allo scrutinio dell’Amore,

il mio suffragio sarà sempre a tuo favore.

Sei il mio eterno eletto,

candidato alla tua stessa successione.

Il tuo Amore è indimenticabile,

insostituibile,

inesauribile.

Un Amore senza tempo,

un vero e proprio incanto del cuore e dell’anima.

I love you forever!

You’re my little english,

Only MINE!

Yours,

Safi Hawa Malaika Birindwa.

 

(Destini: Figli d'Immigranti)
...
Molti altri casi dell’immigrazione africana narrano storie di famiglie benestanti che mandano i figli nei paesi occidentali, per studio o per affari, mettendo a loro disposizione ingenti somme di denaro. Il sogno occidentale non lascia nessuno indifferente; tutti, ricchi e poveri, aspirano ad una vita in questa parte del mondo famosa per storia e ricchezze. Quando vivevo ancora in Congo conoscevo molte storie di ragazzi mandati in Europa, in Canada o negli Stati Uniti per motivi di studio, o semplicemente per pura scelta dei genitori. Ricordo in particolar modo le vicende di due sorelle di una potente famiglia di Bukavu, trasferitesi in Italia e negli Stati Uniti, la prima per studio e la seconda per un matrimonio combinato. Annie se ne andò negli USA la settimana successiva a quella delle nozze con Philip, connazionale e figlio di un grande amico di suo padre, da anni residente a New York. Jacqueline invece fu destinata all’Italia presso una famosa Università del Nord dove aveva scelto di studiare medicina. Prima delle partenze quasi simultanee, fu organizzato un grande banchetto dove sfilarono le più importanti famiglie della città. Molte di esse avevano operato le stesse scelte per i propri figli.

Eccitate per la nuova vita che si stava prospettando, le due sorelle festeggiarono per tutta la settimana, invitando a turno gli amici sparsi per la piccola cittadina di Bukavu. Arrivate al grande giorno, ciascuna prese l’aereo per la destinazione che la sorte le aveva tracciato. Situazioni, come questa, che generano invidia e gelosia all’interno della comunità, accentuando ulteriormente il sogno occidentale. In Congo, le follie dei ricchi, il loro stile di vita fatto di eccessi e di grandi realizzazioni, paragonate alla vita della maggioranza della popolazione, evidenziano l’esistenza nello stesso paese di due mondi diversi, opposti. Di fronte a certe scene opera di molti ostentatori che definirei incoscienti, è impossibile non provare invidia, sognare e sperare.
Tre anni dopo la partenza delle due sorelle, fummo sorpresi dalla notizia dei loro ritorni improvvisi e definitivi in Congo. Che cosa era successo? Come mai avevano deciso di tornare a vivere in patria, loro, così entusiaste, totalmente in estasi al momento della partenza? I loro rientri inattesi e simultanei furono oggetto di grande curiosità in tutta la città.
Annie si presentò a Bukavu con un figlio di un anno e mezzo. Sua sorella, Jacqueline, aveva iniziato gli studi universitari in Italia ma decise d’interromperli e tornare a casa. Dai racconti popolari si apprese che le due sorelle, figlie di un grande commerciante di Bukavu, abituate ad essere servite e riverite, faticarono parecchio in Occidente a condurre una vita senza domestici, servi ed aiutanti. Da sola con il marito, Annie fu incapace di gestire il figlio e, allo stesso tempo, badare alle faccende domestiche. Lì negli USA, contrariamente al Congo, non aveva la fila delle cugine trasferitesi a vivere dallo zio e dalla zia, i suoi genitori, non c’era nessuno a cui affidare il piccolo ed i mestieri di casa. In più, diffidente, rifiutava la proposta del marito di assumere una babysitter. La situazione divenne insopportabile quando, per motivi professionali, il marito si trasferì in un’altra città lontano da New York, lasciandola sola con il bambino. La giovane ed inesperta madre non resse questa lontananza e, alcuni mesi dopo, si ritrovò pericolosamente all’orlo di una forte depressione. Contattando la sorellina in Italia, scoprì che anche per lei le cose non andavano tanto bene. Infatti, oltre alla gravidanza iniziata due mesi prima di quella telefonata, Jacqueline stava vivendo una bruttissima situazione: era spesso picchiata dal fidanzato iraniano, violento e terribilmente geloso, possessivo. Un pomeriggio, la piccola Jackie temette di morire per le percosse procuratesi durante un litigio con il fidanzato scatenato. Quel giorno, di rientro dalle lezioni, trovò Jamal ubriaco ed arrabbiato, sospettoso di un suo tradimento. Per manifestare la sua grande rabbia e senza chiedere spiegazioni, le sferrò terribili colpi all’addome, il che le causò un’emorragia, mettendo a rischio la sua vita e quella del feto.
Quando Jackie ricevette la telefonata di Annie, fu meravigliata di scoprire che, come lei, anche la sorella stava progettando la fuga in Congo. In quell’occasione e senza rivelarlo a nessuno, neanche alla famiglia in Africa, le due sorelle programmarono il rientro in patria. Passarono solo poche settimane ed il progetto si realizzò con grande successo. A compiere l’atto per prima fu Annie, arrivata in Congo una settimana prima della sorella, scappando con il piccolo Jason che non poté nemmeno salutare il padre, completamente ignaro dell’accaduto. Appena arrivata, la giovane madre spiegò alla famiglia quanto difficile era stata la sua vita negli Stati Uniti dove, contrariamente al Congo, nessuno la conosceva, né s’interessava a lei, nessuno l’aiutava con il bambino e con le faccende domestiche. A Bukavu la loro famiglia era potente, famosa e servita. Decidendo di trasferirsi negli Stati Uniti d’America e in Italia, le due sorelle avevano pensato che i loro soldi potessero risolvere tutti i problemi, anche quelli più comuni come la gestione di un figlio o la vita in un piccolo appartamento in una bella città italiana. Purtroppo, scoprirono tutto il contrario. Per loro la permanenza in questi paesi, lontane dalla madre, dal padre, dai vari servi e da tutto l’aiuto della famiglia allargata, si rivelò un inferno, un calvario dal quale fuggirono a gambe levate. Tuttora i loro due figli crescono in Congo senza i padri, ne sentono solo parlare attraverso i racconti fugaci delle madri. Privi dell’importante figura paterna, a loro è negata la crescita in una famiglia normale, con un padre ed una madre.
Le storie di queste due sorelle sono l’esempio di un tentativo d’immigrazione fallito, sia per le vicissitudini della vita, sia per l’incapacità di adattamento. L’insuccesso, in questo caso, può essere spiegato con il fatto che le persone appartenenti alla categoria sociale di Annie e Jackie, appena si staccano dai privilegi, le ricchezze e la protezione della famiglia, faticano ad adattarsi a realtà diverse e, magari, difficili. Se dovessi paragonare due famiglie mediamente benestanti, una africana e l’altra europea, direi che la prima, grazie al modello di vita ed alle usanze delle società africane, offre maggiori vantaggi ai suoi componenti, permettendo tante cose invece impossibili in Occidente. Lo stile di vita occidentale dove tutti, ricchi e poveri, sono chiamati ad ingenti sacrifici quotidiani per una vita decente, necessita di maggiori sforzi. Qui, diversamente dall’Africa, i servizi gratuiti o a buon prezzo sono una vera rarità: la custodia dei bambini richiede spesso l’assunzione di una babysitter, l’assistenza degli anziani è garantita da una badante, spesso straniera, pagata quasi o uguale alla padrona, così anche molti altri servizi all’interno della famiglia. In Africa, invece, la ricchezza, la famiglia allargata, le ingiustizie a livello delle remunerazioni di chi presta il servizio domestico rendono tutto facile, permettendo ai benestanti una vita estremamente vantaggiosa. Tuttavia, più di ogni cosa, è la tradizione della famiglia allargata la vera forza delle società africane. Grazie a quest’ultima, in ogni famiglia il contributo di tutti i componenti è garantito nel momento di bisogno e per qualsiasi esigenza. Dalla zia, la nipote, lo zio, la nonna, il nonno, ad altri parenti che spesso abitano in una casa comune, tutti concorrono nell’accudire i bambini e la casa e per ogni genere di situazione. Ma questa tradizione è maggiormente sfruttata nelle famiglie benestanti, capaci di raggruppare e mantenere un grande numero di persone all’interno di una concessione. Tale concentrazione favorisce vari servizi soprattutto ai figli di papà, i quali fanno allora una vita da piccoli principi, trovandosi poi totalmente impreparati nel momento in cui si accingono ad uscire dal cerchio famigliare. È quello che è successo ad Annie e Jackie, le due sorelle di Bukavu.
Con tutto ciò direi che, per i ricchi africani, l’immigrazione occidentale può davvero non essere conveniente. A persone appartenenti al loro ceppo sociale, l’Europa e l’America possono limitarsi ai viaggi di divertimento, di scoperte, delle cure di qualità e di tutti quei servizi che l’Africa non può offrir loro. A questo punto il destino di nascere “figlio d’immigrato” si concentra sulla categoria dei disperati, persone che, non avendo nulla d’importante in patria, si aggrappano anche in condizioni estreme alla loro vita in occidente; un’esistenza, tutto sommato, economicamente migliore di quella del loro passato in patria.

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Moglie e buoi dei paesi tuoi (Figli d'immigranti)

Moglie e buoi dei paesi tuoi (Figli d'immigranti) - Issiya Longo
Moglie e buoi dei paesi tuoi

 

Documentandomi, ho trovato in internet la seguente definizione riguardo al famoso detto italiano “Moglie e buoi dei paesi tuoi”:

Proverbio che viene usato per evidenziare l'opportunità di celebrare i matrimoni fra persone degli stessi luoghi per una migliore comprensione e unione, quantunque ciò spesso non risponda a verità”.

Verissimo! Quest’adagio, per quanto istighi i sensi e la percezione di chi lo legge o lo sente pronunciare mettendolo, difatti, d’accordo con il suo significato, non è sempre cosa vera e dimostrabile. Non è sempre vero che il miglior partner sia quello con chi si condividono le origini e l’appartenenza culturale, il che è comunque un vantaggio in quanto permette maggiore intesa e comprensione in una vita di coppia. Infatti, essendo il matrimonio una realtà generalmente difficile per via dell’esistenza, al suo interno, di due individui con due personalità e caratteri diversi, poter contare sull’uniformità culturale e geografica è un vantaggio di grandissima fattura. Tuttavia, ciò non è la garanzia di una perfetta convivenza. In ogni rapporto amoroso, e ciò indipendentemente dal colore dei suoi componenti umani e geografici, l’amore, la passione, il rispetto, la pazienza e la comprensione sono il vero segreto che trasforma il brutto nel bello, l’impossibile nel possibile, il difficile ed il complicato nel semplice, facile, fattibile. Così come una persona può innamorarsi e sposare un’altra del suo stesso villaggio o di un altro lontano, i problemi, le incomprensioni, l’intolleranza e persino l’odio possono manifestarsi in un qualunque tipo di rapporto sentimentale, causandone la separazione o la fine, il divorzio. E gli esempi delle difficoltà di convivenza sentimentale sono tanti nel mondo, in tutte le culture.

Limitandomi al mio cerchio esistenziale, l’esempio più significativo è quello di un amico congolese, Maurice, il quale, raggiunta l’età prefissatosi per creare famiglia, contattò la famiglia in Congo, informandola delle sue intenzioni matrimoniali. Aveva deciso di chiedere la mano della fidanzata, una milanese conosciuta nell’ambito universitario. Dopo sette anni di fidanzamento, i due giovani stavano decidendo di passare all’atto definitivo, il matrimonio. Tuttavia, Maurice non poté fare tale passo prima di chiedere il parere della famiglia africana. “No! Non è possibile Maurice. Cosa vuoi fare, sposare una bianca? Ma hai pensato a tutte le difficoltà che possono esserci tra di voi, la sua famiglia e noi? No e no. Per quanto ci riguarda, sappi che quel matrimonio non è assolutamente gradito. Pensaci bene”.

Dopo tante pressioni, il giovane Maurice decise di annullare il matrimonio, lasciando la sua fidanzata incredula, delusa e profondamente amareggiata. La sua decisione, giudicata folle, non fu capita nemmeno all’interno della comunità congolese in Italia. Comunque sia, al nostro amico non interessavano i consigli, le critiche ed osservazioni di nessuno. L’unica opinione che contava era quella della sua famiglia. Gli pesava il famoso “debito” con la famiglia d’origine: con sforzi enormi, l’avevano inviato in Italia, confidando in lui. E non voleva deluderli. Per pienamente soddisfare il desiderio di questa, Maurice le affidò il compito di trovargli una fidanzata bella e sana in Congo, quella che, cinque mesi dopo, divenne sua moglie, la mamma dei suoi tre figli.

La sua fu una convivenza che ebbe un inizio da favola, una bella famigliola, giovane, allegra e in grande armonia. Il nostro amico era davvero felice, innamorato e visibilmente soddisfatto dalla svolta che aveva preso la sua vita sentimentale. Ingannati dal suo grande entusiasmo, pensammo tutti che avesse avuto ragione ad ascoltare la famiglia, e che il matrimonio con la milanese non avrebbe potuto regalargli tutta quella gioia che ora traspirava da tutti i pori. Ma sbagliammo tutti. Presto, seri problemi insidiarono e divisero la coppia, causando automaticamente gravi ed irreversibili danni alla vita dei loro tre figli. Per tempi abbastanza lunghi, i bambini conobbero momenti tormentati passando da un centro sociale all’altro per sfuggire dalle minacce di un padre improvvisamente cambiato, irascibile e violento, incapace di accettare la loro lontananza.

Iniziò tutto con un’inaspettata variazione nel carattere e nelle abitudini di Jeanine, la sposa di Maurice che dalla gentilezza, il sorriso e l’educazione a lei attribuiti da tutti appena arrivata in Italia, si trasformò improvvisamente diventando nervosa, maleducata e orrendamente antipatica. Infatti, ancora incinta della figlia, la terzogenita, Jeanine cominciò a presentare strani comportamenti che coinvolsero il marito, gli amici ed alcuni famigliari qui presenti. Fu questo l’inizio di gravi problemi che portarono i due sposi al divorzio.

Oltre ai danni psicologici, al nostro amico la separazione causò la perdita dell’immobile di proprietà, la macchina e, soprattutto, del lavoro, un impiego di nove anni dove, con grande fatica, aveva raggiunto un inquadramento apprezzabile. Accusato di essere il responsabile del fallimento del matrimonio per un comportamento esageratamente violento, gli fu negato l’avvicinamento alla moglie e ai figli. Confusi dalla perdita della figura di riferimento del padre, i bambini soffrirono enormemente e i due più grandi cominciarono a dare segni di squilibrio. Allora, per non peggiorare la situazione, fu deciso di fare incontrare padre e figli due volte alla settimana, così da permettere loro il minimo contatto necessario. Purtroppo, neanche questa manovra aiutò a salvare il primogenito che, fortemente attaccato alla figura del padre, soffrì tanto della separazione e si ammalò. Un grande e grave fallimento di tutte le parti chiamate a gestire la brutta vicenda della famiglia del nostro connazionale che, per difendersi dalle pesanti accuse di violenza, fu costretto ad ingaggiare delle battaglie legali, dispendiose e dall’esito incerto. Diede il massimo nell’impresa ma non riuscì a riconquistare la custodia dei figli, così anche la salute mentale del suo primogenito.

Questa bruttissima storia vuole essere la dimostrazione di quanto il detto “Moglie e buoi dei paesi tuoi”, non sia sempre attendibile.

Un’altra volta invece, da un amico residente in Canada fui informato del suicidio di un congolese...
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