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La cerimonia di "Ileke"

Ileke è un rito che si celebra alla conclusione di ogni evento, triste o no, che  accade nei villaggi di Boende e dintorni. Un esempio è il lutto, periodo della durata di mesi o anni durante il quale i parenti stretti del defunto osservano comportamenti e regole specifici come l’uso di abiti scuri, l’astinenza da determinati cibi, etc. Come il lutto, anche il matrimonio, le nascite e tanti altri avvenimenti si concludono con la cerimonia di Ileke, durante la quale si invitano tutti i villaggi confinanti, e si organizzano festeggiamenti, giochi e divertimenti di ogni genere. Dopo le celebrazioni dei vari riti, ogni villaggio partecipante si presenta con i suoi giochi ed esibizioni. La parola ileke significa “uccello”. La cerimonia viene chiamata con questo termine perché le acrobazie e i giochi rappresentati si svolgono su altissime costruzioni di bambù, dall’alto delle quali preparatissimi atleti si lanciano simulando il volo degli uccelli. Il divertimento è garantito. Alla conclusione di tali esibizioni viene premiato il volo più spettacolare, eseguito dal più bravo ileke scelto da un’accuratissima giuria. La festa procede tutto il giorno in un clima di grande eccitazione: si eseguono canti e balli tradizionali e si consumano cibi e bevande tipiche di quella zona. Solo il giorno dopo si procede allo smantellamento delle spettacolari costruzioni di bambù. La cerimonia di ileke è considerata uno dei più bei momenti dei nostri villaggi nella regione congolese dell’Equatore.

26/05/2017 commenti (0)

Immigrazione e Integrazione II

Immigrazione e Integrazione II - Issiya Longo

Harry, il piccolo principe

Harry era un simpatico bambino inglese, sensibile, tenero e molto socievole. Arrivato a Bukavu con i genitori a soli tre mesi di vita, il piccolo inglese trascorse l’infanzia in Congo, condividendo tutto con la coetanea Safi, figlia della governante della famiglia, madame Nyota (Stella in italiano). Il padre di Harry, Mister John, era un uomo piuttosto duro, rigido e con fare molto autoritario. Severo e spaventosamente conservatore, Mister John non permetteva al figlio la compagnia di bambini congolesi, il classico esempio dell’immigrato occidentale in Congo. Cresciuto quasi sempre in casa, Harry non sapeva nulla dell’ambiente circostante, non ne aveva nessun contatto. Aveva sempre condotto la vita da piccolo inglese, tra le quattro mura domestiche con i suoi genitori, Madame Nyota e l’amica Safi. L’unico ponte tra Harry e la cultura locale erano proprio queste due persone, alle quali i suoi genitori avevano intimato l’ordine di non uscire mai dalla concessione, pena cessione del rapporto di lavoro che li legava. Mr. John aveva accettato, non senza rammarico, che il figlio condividesse i giochi con Safi; non poteva andare diversamente. Questo bambino doveva pure giocare e farlo da solo risultava poco interessante, soprattutto quando, in una piccola baracca nella concessione della famiglia a soli quindici metri dalla villa, viveva una coetanea, educata, interessante, molto simpatica e carina, unica compagna. Harry ottenne di frequentare Safi grazie all’insistenza capricciosa comune ai bambini, ma anche per l’intervento della mamma, Miss Jane. Ogni giorno, ogni sera il piccolo ripeteva al padre che voleva andare nella baracca, voleva salutare Safi, portarle del formaggio.

Da Mr. John non si riceveva nessuno, né bianchi, né neri. Nessuno. Gli unici a frequentare la graziosa villa costruita di fronte al lago Kivu erano i domestici, rigorosamente scelti e ininterrottamente sorvegliati, ogni movimento, ogni parola, ogni sguardo. Madame Nyota era ben amata da tutti i Robinson, marito, moglie e figlio. Lei poteva accedere anche alla camera da letto dei suoi datori di lavoro, pulirla, sistemarla; un privilegio assoluto, oggetto dell’invidia dei colleghi, il cuoco Jean e il giardiniere Joseph. Alla fine delle sue giornate lavorative, Mr. John rientrava immediatamente a casa. Lui non andava proprio da nessuna parte a differenza della moglie che usciva con Jean per le spese della famiglia. L’unica uscita dei Robinson insieme era la domenica, al circolo sportivo di Labotte, luogo d’incontro di molti espatriati occidentali di Bukavu. Qui potevano giocare al tennis, la sua passione, nuotare nella piscina attrezzata direttamente nel lago, bere la tembo (una birra locale dal fortissimo sapore amaro) e partecipare a molte altre attività sportive con i suoi connazionali e con tanti altri immigrati occidentali. Al di fuori di questo luogo e dei domestici, la famiglia Robinson non aveva nessun’altro contatto umano.

Harry e Safi crebbero praticamente insieme. Ma la situazione non cambiò, malgrado i vent’anni vissuti in Congo, a Bukavu. Mr John non permise mai al figlio di frequentare altre realtà al di fuori della loro proprietà. Harry aveva un insegnante personale e, ogni anno, effettuava due viaggi verso l’Inghilterra insieme alla mamma. La terza volta succedeva a dicembre quando a loro due si aggiungeva anche il padre, in viaggio verso la patria per le vacanze di fine anno. Ma tutto questo non rappresentava più nulla agli occhi di Harry, oramai quindicenne e follemente innamorato di Safi, la ragazza, unica vera compagna di gioco fin agli albori della sua vita, ma dalla quale il padre voleva assolutamente allontanarlo. Lui, Mr John, non poteva accettare un tale legame, vero insulto alla sua persona, al suo rango e, soprattutto, alla sua visione sul futuro del figlio. Uno scontro fra i due fu inevitabile, un periodo buio, un conflitto che determinò il seguito del loro rapporto. Il giovane inglese fu rimandato in patria, un paese che conosceva a malapena, e che, di conseguenza, amava ben poco. Infatti, malgrado le restrizioni del padre, Harry amava vivere in Congo, era questa la sua patria, e Safi, la ragazza che diceva di aver scelto per la vita. Rimandandolo in Inghilterra, il padre sperava di interrompere il legame con la fidanzata congolese. Si sbagliava.

Harry mantenne il contatto con Safi e, rimandato in Inghilterra a quindici anni, a ventuno compiuti fece il rientro in Congo, facendo il percorso contrario a quello della sua famiglia che stava tornando definitivamente in patria. Fu organizzato il matrimonio fra i due giovani, generando la terribile furia del padre. Quel giorno, il legame tra padre e figlio si consumò, per sempre.

Oggi, nel 2010, una decina d’anni dopo che la coppia, dal Congo, volò e se ne andò in Inghilterra, Harry e Safi vivono sempre insieme, contenti e felici di crescere e educare i loro tre bellissimi figli. E noi gli auguriamo ogni bene, la salute, una vita dolce e allo stesso tempo prosperosa, lunga e fortunata, nel paese della grande regina Elisabetta d’Inghilterra. Anche questa è una storia d’un figlio d’immigrato.

Concludendo direi che, in tutte queste storie di matrimoni misti, ciò che più tocca la mia sensibilità sono i bambini, i loro problemi, le loro difficoltà nella comunità e nella famiglia. Gestire ed educare i bambini è un compito difficile che richiede pazienza, saggezza ed intelligenza. Tale mansione diventa ancora più difficoltosa quando, a svolgerla, sono due persone aventi due culture, due visioni del mondo e due sistemi diversi, magari anche incompatibili. Ed è proprio da queste divergenze che nascono molti fatti di cronaca, argomenti che, ad esempio, narrano le disavventure di bambini rapiti e portati via dai genitori. Spesso sono persone che non tollerano le modalità dell’educazione che il coniuge intende applicare sui figli. Tale rifiuto le porta allora a compiere atti ignobili come quello di rapire il proprio figlio, anche nel rischio di causargli traumi permanenti. Molti adulti, accecati da sentimenti egoistici, si dimenticano spesso quello che è davvero il bene dei bambini, agendo solamente per soddisfare i loro stessi desideri. Secondo me, i bimbi vanno seguiti nel modo più corretto possibile, mettendo da parte le divergenze, le incomprensioni e l’antagonismo in seno alle coppie, e infine, trasmettendo loro il giusto equilibro in tutte le cose.

 

Possano gli antenati guidare ciascuno di noi in tutte le circostanze della vita. E che Dio, oltre al respiro che ci presta, continui a vegliare su tutti noi e i nostri cari. 

 La seguente è una piccola poesia scelta tra la moltitudine di lettere d’amore che Safi scrisse al suo principe d’Inghilterra, colui che chiamava “il piccolo Harry”.

 

DELL’AMORE DEL PICCOLO HARRY, VIVERE!

 

Piccolo mio Harry,

piccolo mio principe,

piccolo Amore mio.

Ti prego.

Salva questo cuore martoriato,

fammi vivere del tuo Amore.

Amarti è così forte,

Amore mio,

temo diventi peccare.

Io,

la tua piccola Safi,

la tua principessa nera dai denti di diamanti,

 come usavi dirmi,

fossi stata un’erede al trono,

la mia richiesta saresti stato tu.

Un regalo d’Amore,

dal re,

alla propria figlia.

Allora mi sarei trasformata in una cannibale,

e mi sarei cibata del tuo corpo,

per potere vivere,

io e te,

in un’unica entità.

Purtroppo,

sono solo figlia di una governante in pensione anticipata,

orfana di padre,

senza amici e,

senza il mio principe.

Amore mio,

La cattiveria di tuo padre ci ha allontanati,

soffocando il mio sogno,

distruggendo la mia vita.

Fai presto,

Amore,

come hai promesso.

Vieni a sposarmi.

Altrimenti,

il mio cuore,

avvolto nel Kongò bololo*,

farò portare sotto l’orribile portone della villa di tuo padre.

Così,

egli capirà la mia amarezza di vivere senza il mio principe.

Ma temo che ciò non serva a nulla.

Lui è un uomo duro e spietato,

egoista e insensibile.

La sua cattiveria,

Amore mio,

mi asciuga il sangue,

mi consuma l’anima.

Ti vorrei qui,

a Bukavu,

a Muhumba.

Ma non ti vorrei vedere.

Non vorrei farmi vedere da te.

Il mio aspetto,

da quando te ne sei andato,

è cambiato.

Sono trasfigurata.

Avevi detto che avremmo vissuto insieme in eterno.

Oggi invece,

sola,

la mia vita è traumatizzata,

uguale a quella del popolo d’Hiroshima e di Nagasaki,

quando,

in quel triste 1945,

 l’inferno scese sulla terra con la bomba atomica.

Un’esistenza disperata, spaventata, disorientata, sconvolta.

Pare che parte dell’uranio che servì a costruire quella bomba venisse dal Congo,

la mia patria.

Un’affermazione che mi rattrista tanto,

e mi fa sentire in colpa.

Mi vergogno d’appartenere alla nazione per colpa della quale,

migliaia di persone persero la vita nel fuoco e la distruzione.

E allora mi chiedo se quella mia è veramente una terra benedetta,

o è semplicemente un posto maledetto dal Creatore,

l’origine del male e della morte in tutti i suoi sensi.

È vero,

Amore mio.

È assolutamente vero che ricchezza non vuol dire salvezza.

Essa può anche significare perdita dell’anima e dell’umanità.

Ricchezza può significare anche morte!

Una cosa turba la mia anima giorno dopo giorno:

ogni mattina mi alzo e mi chiedo,

con grande stupore,

come possa un paese,

quello mio,

 essere tanto ricco ma,

allo stesso tempo,

tanto povero!

I vari diamanti, oro, cassiterite,

coltan, cobalto, zinco, argento,

stagno, germanio, ferro, manganese,

radio, rame, fosfato, legname, potassa,

piombo, petrolio, bauxite, gas naturale,

etc.,

vorrei tanto sapere che fine fanno,

visto che il popolo congolese continua a patire la fame,

e la miseria più disperata.

Dall’altra parte,

scoprire quelle notizie sull’origine della bomba d’Hiroshima,

per una persona con la mia sensibilità,

il mondo e la vita assumono un sapore davvero amaro.

L’esistenza dell’uomo,

la sua ragione d’appartenere al sistema solare,

e all’universo,

si vanificano.

Io credo che tutte quelle ricchezze dovrebbero servire a generare la vita,

e a migliorarla;

non ad uccidere o tentare di estinguere altri popoli.

Harry Amor mio.

Tornandotene in Inghilterra,

mi hai lasciata sola,

come la luna nei cieli,

sempre sola,

e senza un suo simile vicino.

Sola come la metà della più onerosa delle banconote,

strappata, vanificata, svalorizzata, inutile.

Sola,

come un cucciolo di scimmia nella giungla congolese,

orfano della madre,

morta contemporaneamente alla sua nascita.

Abbatti le frontiere,

Amore.

Vieni dalla donna che ti ama più di ogni cosa,

anche di se stessa.

Vieni a prenderti il cuore che Dio ha creato solo per te.

Se non lo farai,

allora presto egli se lo riprenderà.

Ricordi quella volta che,

rimasti da soli in casa,

nella grande cucina iniziammo a ballare al ritmo di “sexual healing?”

Solo pochi minuti dopo,

la signora Taylor,

tua madre,

ci colse in flagrante,

e ci punì severamente,

richiudendoti in camera per diversi giorni,

ed impedendoti  di cercarmi.

Quella fu l’unica volta,

nella mia vita,

che concessi un ballo ad un ragazzo.

E che ragazzo?

Era il mio Harry,

bello, alto, occhi azzurri, bianco con lunghi capelli biondi.

Un rarissimo esemplare di sesso maschile.  

Con il tuo lungo silenzio,

ho l’impressione che non t’importi più nulla di noi.

Che,

 in quest’Amore,

a soffrire sia soltanto io.

Ho perso tanti kili.

Ho perso anche l’appetito.

Allora,

preoccupata,

ho deciso di consultare un medico.

La sua diagnosi dice che sono affetta dall’anoressia d’Amore.

 E che,

per guarire,

abbia assolutamente bisogno di tanta presenza del mio principe,

delle sue coccole e delle sue attenzioni.

Ma il dottore dice anche un’altra cosa:

pare che questa situazione,

a lungo andare,

mi porterà a perdere anche quel forte desiderio che sento di riabbracciarti,

così come ho già perso la libido.

Sì Amore mio.

Anche se ti amo da morire,

e che vorrei tanto averti qui,

ciò nonostante,

ho paura di aver perso quel fortissimo desiderio di te.

È strano,

ma non risento più alcun bisogno sessuale,

né con te,

né con nessuno.

Tuttavia,

ricordalo,

piccolo mio Harry.

Ricorda che,

allo scrutinio dell’Amore,

il mio suffragio sarà sempre a tuo favore.

Sei il mio eterno eletto,

candidato alla tua stessa successione.

Il tuo Amore è indimenticabile,

insostituibile,

inesauribile.

Un Amore senza tempo,

un vero e proprio incanto del cuore e dell’anima.

I love you forever!

You’re my little english,

Only MINE!

Yours,

Safi Hawa Malaika Birindwa.

12/05/2017 commenti (0)

"Dal Congo IN Italia come in un sogno"

"Dal Congo IN Italia come in un sogno" - Issiya Longo

L’Europa

Voglio introdurre questo capitolo con una perla di saggezza di mio nonno Petelo. Ogni mattina, prima del viaggio che lo portava nel cuore della foresta in cerca di cibo, il nonno diceva una preghiera con questa premessa: “Come tutti i viaggi, anche quello di mille chilometri non può aver inizio se non c’è il primo passo”. Questa citazione, contestualizzata nella mia esistenza, acquisisce un significato maggiore. Per questo, mi basta pensare, per esempio, al primo passo che feci quella triste mattina, l’ultima a Kisangani, per recarmi da Padre Pross nella confusione e la paura degli spari. Ho sempre considerato quel piccolo, breve e preciso movimento corporeo come il vero elemento avviatore del lungo viaggio che mi condusse fino in Italia.

Nel mese di marzo dell’anno 1997, un sogno si coronò; finalmente approdai sul suolo europeo. Un’emozione unica! Mi sembrava di non appartenere più a questo mondo. Fu davvero strano, incredibile. Quella sera atterrato a Linate, tutto quello che vedevo aveva l’aspetto nuovo, diverso. All’aeroporto di Milano, prima di incontrare Padre Barbieri in mia attesa, mi fermai un attimo, mi sedetti, chiusi gli occhi e cominciai a pensare, a riflettere, a ricordare, a fare non so cosa; inspiegabilmente la mia mente fu invasa da alcune immagini, troppe, strane; ricordo di aver pensato ad una scena di un pigmeo che, prelevato a notte fonda dalla sua buia foresta, si ritrova improvvisamente in una luccicante capitale occidentale, tutto ciò, senza neanche aver transitato da una qualsiasi piccola città del proprio paese. Con questo pensiero, mi pare inutile ribadire l’evidente confusione nella quale mi trovai. E poi, capii come certi sogni possano davvero trasformarsi in realtà. Fu come se, da un lungo e profondo sonno, mi svegliassi di soprassalto, ritrovandomi su un altro pianeta. Da un lato, una felicità incontenibile, dall’altro, timore e grande nostalgia; non so perché, ma, appena sceso dall’aereo, presi coscienza dell’insormontabile lontananza dalla mia famiglia, genitori e fratelli che non vedevo da ben due anni e dei quali non sapevo ancora nulla. E nessuno di loro aveva minimamente idea della mia nuova vita, dei miei ultimi spostamenti; non sapevano se ero sopravvissuto dai disordini di Kisangani, se ero riuscito a fuggire da quella città, sicuramente non immaginavano niente del mio viaggio in Europa: nessuna notizia reciproca, niente di niente. Ero ossessionato dall’idea che fosse successo loro qualcosa durante gli ultimi tristi avvenimenti. Cercavo di immaginarli semplicemente ignari del mio destino e preoccupati per me, era la migliore delle ipotesi possibili.

Tentai di riprendermi dalla grande emozione, mi alzai e da lontano vidi Padre Barbieri con un cartello contrassegnato dalla scritta: Yves Issiya Longo. Dio mio, ero proprio io! Che gioia abbracciarlo quella sera! Era come rivedere il proprio padre dopo anni di assenza e, soprattutto, dopo mille difficoltà. Recuperammo il bagaglio e ci avviammo verso la macchina, un vecchio fiorino di marca Fiat che sembrava fuori uso. Faceva freddo, non ero mai stato in un paese con quelle temperature. Padre Barbieri mi condusse nella sua abitazione situata nella stessa sede della Cooperazione Internazione, la mia nuova dimora. Il viaggio dall’aeroporto alla Coopi mi parve veloce, tanto ero incantato dalle luci della notte milanese. Mi sembrava che ogni cosa luccicasse e che tutte le auto fossero nuove. Fui entusiasta di vivere in una grande città, famosa anche per i due grandi club calcistici che ospita, il Milan e l’Internazionale. In macchina con il Padre, pensavo già alle partite che sarei andato a vedere nel mitico stadio Meazza San Siro, simbolo del calcio mondiale. Mi sentivo importante, fiero. Arrivati alla Coopi, trovai che tutto era preparato e servito: il cibo, la stanza, le lenzuola; Padre Barbieri mi fece trovare tutto pronto. Il signor Albino, un pensionato suo amico, veniva quotidianamente a dargli una mano nelle piccole commissioni in città, nel confezionamento di inesauribili pacchi destinati all’Africa e nella preparazione dei pasti. Fu lui ad occuparsi della mia accoglienza. Quella sera non facemmo tardi, il Padre preferì rimandare tutto alla mattina successiva e, consumata la cena, mi invitò al riposo, dicendo: “Cerca di dormire perché domani mattina dovrai svegliarti presto, abbiamo l’obbligo di presentarci alla questura di zona”. E così fu fatto. Quella notte, sotto le coperte, pensai alla giornata, ai cambiamenti di rotta della mia vita negli ultimi anni, al mio futuro in Europa, alla mia famiglia. Ringraziai Dio di tutto ciò e pregai per mamma, papà e i miei fratelli. Ero un privilegiato e ne ero consapevole. Trascorsi i primi giorni in Italia tra un ufficio e l’altro per regolarizzare la mia situazione.

Due giorni dopo l’arrivo fui ricoverato in ospedale per una riacutizzazione della malaria. Secondo i medici, a scatenare tutto fu il brusco cambiamento climatico non retto dal mio organismo. Infatti, arrivato da Kinshasa dove il clima era relativamente caldo, non mi adattai al freddo invernale di Milano. All’ospedale Luigi Sacco fui sottoposto ad un check-up completo che diagnosticò una malaria acuta, motivo di un immediato ricovero nel reparto di malattie infettive. Indebolito e spaventato dalla malattia e dal nuovo mondo fatto di sole facce bianche, ero completamente ignaro di ciò che stava per succedermi...

Dal Congo in Italia come in iun sogno

25/04/2017 commenti (0)

Migrazione e Integrazione

Migrazione e Integrazione - Issiya Longo

La migrazione si basa sullo spostamento di persone e animali spinti dal desiderio o dal bisogno di migliorare le proprie condizioni esistenziali. Rari sono i casi in cui, per puro piacere, l’uomo decide di lasciare il proprio habitat per spostarsi altrove. Anche nel mondo animale, una mandria di gnu, ad esempio, ingaggia marce talvolta lunghissime, ovviamente non per un desiderio di divertimento, ma per il fondamentale bisogno di nutrimento.

A seconda delle situazioni ed esigenze, la migrazione può essere un fatto isolato o di gruppo, di cui non c’è mai garanzia di riuscita. Un uomo da solo che, per decisione o costrizione, si allontani dal proprio territorio, affronta un processo esistenziale incerto e difficile. La situazione è ancora più complicata quando, oltre a sé, il migrante deve spostare anche un certo numero di persone, moglie, figli, magari anche altre figure del suo cerchio famigliare. Cambiare area geografica significa anche dover modificare molti aspetti della propria vita, condizione obbligatoria per l’adattamento al nuovo mondo. E la capacità di adattamento è un fatto relativo, strettamente legato all’individuo. Chi guida un gruppo di persone nell’avventura migratoria deve, per un buon inserimento nel nuovo contesto, doppiamente fronteggiare le difficoltà di tale operazione, le sue e quelle del gruppo. Tuttavia, le cose non sono facili neanche per chi emigra da solo, vive e magari crea famiglia lì dove si stabilisce. Quando una persona o un gruppo si sposta in una determinata area geografica, è necessario che si sforzi per un’integrazione più o meno completa, sfidando tutti, soprattutto se stesso, le sue abitudini, i propri usi e costumi che lo seguono ovunque. Questo favorisce la comprensione del nuovo contesto socio-ambientale, il vero motore di una coabitazione serena ed accettabile. Purtroppo però, l’educazione e le abitudini sono un “fatto testardo”, difficilmente modificabile, soprattutto per le persone che abbiano superato una certa età. Un uomo adulto, infatti, fatica ad apprendere nuove regole, nuovi costumi ed abitudini, aggrappandosi a tutto ciò che la terra delle sue origini gli ha trasmesso e che gli dà sicurezza. La lingua, le usanze e tradizioni del nuovo mondo sono una vera complicanza esistenziale, fatti che richiedono maggiori sforzi per il loro apprendimento. Questa difficoltà può essere gestita con maggiore efficacia per una persona sola, ma, per una famiglia numerosa, dover cambiare abitudini, educazione, usanze, può rivelarsi una manovra davvero difficile e azzardata. Il rischio di alterare gli equilibri esistenti, di incomprensioni, divisioni, liti e molte altre situazioni sgradevoli all’interno del gruppo è enorme: bambini che non danno più ascolto ai genitori, non seguono i loro consigli ed insegnamenti, quelli che erano soliti ascoltare e rispettare quando erano ancora in patria. La situazione può anche complicarsi ulteriormente, degenerando fino a causare fatti talvolta tragici, quelli raccontati dalle pagine nere della cronaca dei telegiornali. La delusione della disubbidienza del figlio è una sofferenza, per alcuni, insormontabile, motivo di rabbia e reazioni anche estreme, assolutamente condannabili. Sono l’esempio di alcuni fatti di cronaca italiana degli ultimi anni. Ma, fortunatamente, al verificarsi di questi generi di difficoltà nelle famiglie emigrate, non tutti reagiscono in modo brutale e tragico. Alcuni genitori prendono decisioni serene e efficaci per il raggiungimento dell’obbiettivo: riportare il figlio ribelle al rispetto dei loro insegnamenti e desideri, la loro educazione, anche se, per quanto sappia, non esistono strumenti di misurazione dell’efficacia di un modello di educazione piuttosto che di un altro. È quindi insensato ostinarsi ad impedire ai figli un modello di pensiero che più li attrae, solamente perché, diverso da quello proprio che si desidera trasmettere loro a tutti i costi.

 Dal libro DESTINI I
13/04/2017 commenti (0)

"Longea" - Uccello misterioso

"Longea" - Uccello misterioso - Issiya Longo

 Dal libro ITINERARI

In un freddo pomeriggio europeo del mese di dicembre dell’anno 2011, mentre ero nel mio negozio davanti al computer, ebbi un improvviso e vago ricordo di un uccello, il “longea”, strana creatura che vive nella foresta di Boende in Congo. Il longea è uno dei tanti animali misteriosi del mio villaggio di cui la comparsa è un allarme, il presagio di un brutto evento che sta per incombere sul territorio. Non avendo più le idee chiare a causa di tanti anni trascorsi lontano da Boende, mi affrettai a chiamare mia madre, dovevo rinfrescarmi la memoria:
- “Ricordi, mamma”, chiesi “ quell’uccello che terrorizza tutti nel villaggio ogni volta che compare?”
- “Di quale uccello vuoi parlare, figliolo? Vuoi dire il
longea? Quel misterioso uccello che annuncia la morte di qualcuno nel villaggio?”
- “Sì mamma, parlo proprio del longea.”
- “E allora dimmi, figliolo, cosa vuoi sapere di quel brutto animale?”
- “Devo scrivere una storia, un racconto dal titolo
‘ITINERARI’ e mi sono ricordato della particolarità del longea, quel suo rito misterioso che lo distingue da tutti gli altri strani animaletti della foresta, messaggeri di cattive notizie.” Infatti, a Boende si diceva che, ogni volta dovesse portare il suo messaggio al villaggio, quest’uccello procedeva creandosi un percorso di alcuni metri, itinerario che percorreva andando avanti e indietro mentre eseguiva ininterrottamente il suo tristissimo canto premonitore. Complice degli spiriti cattivi, ideatori e provocatori di ciò che stava per accedere, malgrado si sentisse ben forte il suo monito, scoprire la sua posizione era un’impresa tutt’altro che facile. Allora, per evitare il dramma preannunciato, gli uomini di Boende dovevano assolutamente trovare l’uccello, individuare il percorso del suo rito diabolico e porre un’azione dalla quale dipendeva la vita dell’uccello e della vittima ancora sconosciuta. Il povero longea doveva morire prima che fosse troppo tardi. E per questo, bisognava ritrovare il percorso del misterioso rito, prolungarlo di alcuni metri, ampliando così i tempi della sua triste melodia, atto che lo portava inevitabilmente all’asfissia, quindi, alla morte. Solo quando la squadra degli avversari del longea accerta il lento spegnimento della sua voce e, di conseguenza, della sua vita, tutti applaudono contenti e felici, si congratulano, coscienti di aver salvato una vita al villaggio, una persona di cui nessuno, neanche il più grande degli stregoni del villaggio, scoprirà mai l’identità. Un bel motivo per dare il via a una festa improvvisata, urla e grida di gioia ovunque, un po’ come quelle che si sentono quando nel villaggio arriva la notizia di un bravo cacciatore che uccide un coccodrillo, animale temutissimo in tutto il territorio e la cui carne è apprezzata da tutti. Ma, come dicono i saggi di Boende: “All’uccisione di un coccodrillo, tutto il villaggio urla, grida, beve e festeggia”. Quando è invece il coccodrillo ad uccidere un umano, tutto il villaggio è triste, piange e accusa l’animale, definendolo: “uno spirito cattivo inviato per nuocere alla comunità”.
L’uomo è una creatura orrendamente presuntuosa che crede di primeggiare su tutte le altre, concedendosi il diritto di decidere cosa è giusto fare su tutto ciò che lo circonda, dalla vegetazione a tutti gli altri organismi viventi. Una pretesa fastidiosa e inaccettabile. Mia madre si congratulò con me, apprezzando la mia capacità di ricordare storie come questa, che mi aveva raccontato una trentina di anni prima.
Come per il percorso del longea, ciascuna vita terrestre possiede il suo itinerario, un punto di partenza, le tappe intermedie, nell’inevitabile ed assoluto rispetto di un programma prestabilito, tracciato da un’entità sovrannaturale, umanamente impercettibile, generatrice e responsabile di ogni cosa, ogni avvenimento, e una fine. Così, per ogni partenza, c’è un arrivo; per ogni nascita, una morte. Ogni cosa, ogni creatura sulla terra segue una via ben definita, il suo itinerario di vita. Solo che, talmente presi dai contorni superflui delle rispettive realtà esistenziali, gli umani sono confusi e non sanno più distinguere il buono dal cattivo, il giusto dallo sbagliato.
Nelle loro corse quotidiane verso obiettivi, spesso di effimera importanza, non c’è né spazio né tempo da dedicare alla stesura di un bilancio del tempo vissuto sulla terra: rivedere, ciascuno, il proprio percorso esistenziale, analizzarlo ed eventualmente, correggerne i punti accidentati.
Invece è assolutamente necessario fermarsi ogni tanto, fare il bilancio del tempo, e delle proprie azioni qui, sotto il sole. L’incredibile immensità del cielo sopra di noi non spaventa e non sorprende più.
Con l’abitudine, essere sovrastati da un tetto così vasto e illimitato è diventato una normalità. L’uomo, essere infinitamente vanaglorioso, crede di controllare ogni cosa, dalla terra sotto i suoi piedi alle nuvole sopra la sua testa, il mare, la foresta. Invece, proprio perché il cielo è così vasto e misterioso, ogni tanto, noi, durante le nostre pazze corse quotidiane, dovremmo fermarci e, con il naso all’insù, lo sguardo dritto e fermo sul firmamento, osservarlo, ammirarlo, riflettere, pensare a ciò che facciamo, che non facciamo e ciò che dovremmo fare.
È un’operazione importante, che permette la presa di coscienza del nostro essere così infinitamente piccoli e limitati, vanitosi ed illusi; tutto quello che abbiamo realizzato qui giù genera in noi la presunzione di essere tanto intelligenti, potenti, evoluti, migliori di qualsiasi altra creatura sulla terra.
L’essere umano, grazie ai conseguimenti ed agli apporti della sua conclamata evoluzione, ha perso il senso della misura, e dei veri valori della vita, sta vertiginosamente perdendo la fede. E, vivere senza un credo, qualsiasi esso sia, non è un bene, per l’umanità. Non importa a cosa crediamo. Importa il fatto di credere.
La fede in una qualunque forza valutata superiore è fonte di disciplina e di precetti, condizioni che regolano la vita ed i rapporti interumani, ma anche quelli tra l’uomo e tutte le altre creature viventi, vegetali ed animali. È importante, poiché ognuno di noi difende vigorosamente l’oggetto della propria fede, spesso sono entità invisibili, sconosciute, mai viste e mai incontrate: che nessuno critichi o denigri le credenze e convinzioni altrui.
Per il bene dell’umanità, noi dovremmo, ciascuno, coltivare e curare la propria fede, vivendo nel rispetto delle regole prestabilite da questa ma lasciando spazio e libertà agli altri nella pratica del loro credo.
È un’operazione che aiuterebbe a mantenere il giusto equilibrio tra le diverse forme di vita, di specie e di mondi.
Purtroppo, nel mondo non funziona così, non tutti gli umani credono in qualcosa. Molti tra noi, giustamente o ingiustamente, non credono in niente. Comunque, non devo certo stabilire, io, le regole della vita. Non spetta a me il compito di indicare il giusto e l’ingiusto, il bene e il male. La mia operazione vuole essere solo un tentativo di capire la provenienza dell’uomo, e la sua meta; che cosa ha fatto, che cosa fa e che cosa farà, della sua condizione esistenziale, e di ciò che lo circonda.

24/03/2017 commenti (0)

"I diritti delle donne"

"I diritti delle donne" - Issiya Longo

La questione di parità di diritto della donna costituisce un argomento fondamentale per il buon funzionamento della società umana, basato su una morale equanime, anche se credo ci sia ancora tanto lavoro per l'ottenimento dei risultati sperati. Dal mio punto di vista il discorso è ancora trattato con superficialità ed ipocrisia da chi avrebbe veramente il potere di cambiare la situazione.
Oggi, infatti, quasi tutti gli Stati del mondo sostengono di promuovere ed incoraggiare la parità di diritto e doveri tra i sessi attraverso leggi appropriate. Tuttavia, se è vero che dal punto di vista teorico vi siano sforzi visibili a tal riguardo, da quello pratico invece non ci sono miglioramenti significativi, soprattutto in quei paesi dove il concetto di democrazia e diritti umani è di recente adozione. Per essere preciso nel ragionamento, parlerei della situazione nel paese che meglio conosco, la Repubblica Democratica Del Congo, mio paese di nascita dove, partendo dalla famiglia, la questione di paritá di diritti assume una certa dimensione. Infatti, nella famiglia tradizionale congolese e, rispettando alcune regole ereditate da vecchi usi e costumi, non tutti i figli hanno gli stessi diritti e doveri, rigorosamente legati a due distinti fattori: il sesso e l'ordine di nascita. E' così che si possono osservare certi comportamenti che risaltano la differenza dei trattamenti, sia tra i figli che sono chiamati al rigoroso rispetto del diritto della primogenitura, sia nel rapporto tra questi e i genitori. In pratica, queste tradizioni prevedono una serie di regole che determinano compiti e lavori impartiti ai soli figli di sesso femminile, così come alcuni altri che sono affidati ai maschi. Tuttavia, la sensazione è che vi sia una certa discriminazione, tristemente voluta anche dalle tradizioni, del sesso detto debole che viene caricato maggiormente della responsabilità nella gestione familiare.
Focalizzando l'attenzione su questo aspetto delle cose capiamo che in Congo, la questione dei "diritti" vista nella sua complessità, subisca un approccio sbagliato già al livello familiare, la base di ogni società. E' una mancanza determinante per il resto, visto che nella famiglia nascono, crescono e si formano i futuri gestori della società. Non educando adeguatamente in famiglia e a scuola i futuri amministratori, non si arriverà mai ad un'equa responsabilità civile, sociale e politica; sarà quindi pura utopia pretendere che questi, una volta adulti, conoscano e privilegino valori come la giustizia, la morale equanime, necessari per una società correttamente ripartita. Come risultato di questo, abbiamo società con un fortissimo squilibrio tra i sessi, le appartenenze sociali, claniche, tribali...
Infine, per essere ancora più incisivo nel mio ragionamento, parlerei di un aspetto poco considerato dai vari studiosi ed intellettuali che trattano la questione dei diritti tra i sessi: il regime familiare del matriarcato. In Congo, il matriarcato è una vecchia pratica, presente da secoli indietro e esclusivamente nella regione del "Basso Congo". Questa forma di organizzazione sociale indica il comando detenuto dalla matriarca, piuttosto che dal patriarca, come di consuetudine nella società umana. Tuttavia, pur essendo lei, la madre, la figura principale del nucleo familiare, la sua importanza nel momento delle grandi decisioni è nulla. In questo regime tradizionale, infatti, ogni decisione finale spetta allo zio materno, altra figura maschile all'interno della famiglia. E' quindi evidente che, malgrado alcuni tentativi di attribuire alla donna lo stesso valore dell'uomo nella gestione sociale, in Congo, così come in altre parti del mondo, l'uomo sia sempre stato privilegiato. Finché la situazione rimarrà invariata, invariato sarà anche lo stato dei "de diritti delle donne", tuttora inferiori rispetto a quelli dell'uomo.

12/03/2017 commenti (1)

F.I.S.A - Issiya Longo

Festival degli Intellettuali e Scrittori Africani

29/04/2016 commenti (0)

F.I.S.A

Festival degli Intellettuali e Scrittori Africani

29/04/2016 commenti (0)

Emigrazione senza fine

Emigrazione senza fine - Issiya Longo

"Diventare italiani per trasferirsi e poter lavorare nei paesi UE", uno degli effetti della grande crisi economico-finanziaria nelle diaspore africane. In effetti, da qualche anno a questa parte è tendenza, tra gli immigrati africani, richiedere la cittadinanza italiana, una sorta di "Laissez-passer" per l'ennesima emigrazione verso paesi economicamente e socialmente più promettenti. In un ambiente tanto frenetico gli animi si agitano per quell'ambito documento, preziosissima chiave per una nuova vita lontano dal bel paese (è così definito da molti miei continentali che lasciano l'Italia e che, una volta fuori, si rendono conto di quanto questo paese sia tanto prezioso, bello e imparagonabile su molti aspetti della vita), uno come me, resistente all'idea di cambiare nazionalità, diventa una vera e propria anomalia.
"Perché ti ostini a non diventare italiano? Cos'è che ti lega così tanto al Congo, considerando che hai creato famiglia qui?"
E mi ritrovo a dover spiegare per l'ennesima volta come, fin da quando misi piede in questo meraviglioso paese (tristemente rovinato dalla politica governativa), ho avvertito il forte bisogno di prepararmi, intellettualmente ed economicamente, per un ritorno in Patria. I miei sogni si collocano solo in quello spazio geografico, e da nessun'altra parte. Questa convinzione è sempre stata così forte da renderne partecipe anche mia moglie. Lei ha saputo, fin da subito, che l'uomo con cui si stava impegnando per la vita convive con l'impellente bisogno di tornare nel suo paese, una volta si sarebbero riunite le condizioni necessarie per tal progetto.

Amici miei. So che il mio comportamento vi stupisce tanto. So anche che, quando mi consigliate di chiedere il passaporto italiano per successivamente trasferirmi altrove, lo fate in buona fede. Voi mi dite che ci sono paesi dove avrei sfruttato meglio alcune mie attitudini. Probabilmente avete ragione. Ma, voi dovete sapere una cosa: io non sogno l'Inghilterra. Non sogno il Canada e, ancora meno, gli Stati Uniti d'America. Io vorrei solo tornarmene in Congo, per portare avanti i miei progetti con "UNDUGU ONLUS". Vivo pensando, giorno dopo giorno, ad un Congo finalmente capace di usare le sue grandi potenzialità e ricchezze naturali, climatiche e culturali, a favore della sua gente. Io sogno lo sviluppo del mondo rurale e dell'agricoltura nel mio paese, non l'Inghilterra, il Belgio, la Francia. L'ostacolo in questo? Il regime dittatoriale, reprimente ed oppressivo che regna sovrano in Congo. L'autoritarismo è, infatti, il più grande nemico per chiunque ragioni come me. Un'attenta analisi della situazione politica congolese rivela come questo paese sia sotto l'occupazione di Stati stranieri, sostenuti da lobbies internazionali che sfruttano selvaggiamente le sue risorse naturali, causando estrema povertà, miseria e una serie di conflitti armati con milioni di vittime.
E' tutto questo il motivo per cui nutro sentimenti non piacevoli nei confronti della politica, e di chi, come nella mia terra, la pratica in maniera oppressiva, discriminante e dittatoriale.
La mia visione è diversa, completamente influenzata da iniziative simili a quelle del gruppo "Kitoko Food" che, in Congo, sta portando avanti progetti molto apprezzabili nel campo agricolo. La nostra onlus "UNDUGU" s'ispira proprio a questo tipo di iniziative.

22/04/2016 commenti (0)

5 X MILLE

Senza una politica agricola adeguata e senza la valorizzazione del mondo rurale, l'Africa non può svilupparsi. Per la dichiarazione dei redditi, dona il tuo 5x1000 a Undugu Onlus.

5 X MILLE - Issiya Longo
16/04/2016 commenti (0)