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S.P.V (Scelti Per Voi)

Patriottismo - Amore e fedeltà per la patria

Patriottismo - Amore e fedeltà per la patria - Issiya Longo

"In Africa, per esempio, i giovani hanno bisogno di una guida responsabile, dei leader che trasmettano loro l’Amore per la loro Terra, lottando con determinazione per ridarle la dignità persa. Il loro vero sogno allora potrebbe diventare quello di renderla competitiva in un mondo sempre più globalizzato, fatto di grandi ed infinite sfide. I giovani africani dovrebbero spendere le loro energie per lo sviluppo dell’Africa e non per il tentativo di raggiungere l’Occidente a tutti i costi. Questo però può verificarsi solamente in un clima di pace, di tolleranza e di libertà, condizioni possibili soltanto di fronte ad una classe dirigente responsabile ed illuminata. Per quanto mi riguarda, se durante il mio percorso di vita in Africa fossi stato chiaramente informato su certi aspetti della vita in Europa, è molto probabile che non l’avrei sognata in certi termini. Nel lontano 1996 quando, giovane, vigoroso e determinato iniziai gli studi di Medicina, avevo due importantissimi obbiettivi:

1. poter partecipare al miglioramento delle condizioni di salute dei congolesi drammaticamente dimenticati dai governanti.

2. potermi assicurare una certa tranquillità economica grazie al nobile e rassicurante mestiere di medico.

Il desiderio di un viaggio in Europa si sarebbe allora limitato alla curiosità di vederla e conoscerla, poter finalmente dare un volto alla sua fantastica storia, alla sua fama. Tuttavia, in Africa esiste questo fattore che infrange ogni ambizione, provocando la fuga dai propri paesi verso l’Occidente: la cattiva politica essenzialmente fatta di divisioni e guerre, di avidità, dall'intolleranza, la corruzione, l'egoismo..."
Dal Congo in Italia come in un sogno 

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Itinerari

Itinerari - Issiya Longo

 La storia di un Congo tradito, umiliato, offeso, depredato, martoriato. La storia di un’umanità senza cuore.

Oggi, e per molto tempo ancora, il destino dell'Africa è indissolubilmente legato a quello della razza bianca. L’Africa diventerà ciò che l'Europa e l'America faranno di lei. Gli africani non sono in grado di prendere in mano il loro destino nelle complicate condizioni della vita moderna, e l'Europa non è disposta a rinunciare al controllo dell’Africa... " Cheikh Anta Diop, nato a Thieytou il 29 dicembre 1923, deceduto a Dakar il 7 febbraio 1986. Illustre intellettuale senegalese, l’uomo che ha lottato per la riconquista dell’integrità morale e della coscienza storica dell’Africa.

Oggi, osservo io, all’Europa e all’America si è aggiunta la Cina. L’Africa, dove va? Da dove arriva? I dirigenti dei paesi africani, chi sono? Che ruolo hanno? Cosa fanno? “L'Africa, che fa?” (Ekamba Bessa Pegas)

Faccio un’analisi molto personale di un tratto del discorso tenuto all’Assemblea Generale dell’Onu nel 1973 da Mobutu, terribile dittatore dello Zaire, ora Congo Democratico. Considerato il personaggio, il ragionamento è di una rarissima lucidità. Con forza e determinazione, Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wazabanga denunciò e criticò la manovra pesantemente discriminante di dividere il mondo in due blocchi: industrializzato da un lato e, il cosiddetto Terzo, dall’altro. Invece di questo, propose una cosa che condivido pienamente, cioè, classificare il nostro pianeta in due distinte parti: paesi altamente equipaggiati e paesi in ritardo di equipaggiamento. Partendo da tale pensiero e, considerando le potenzialità e le diversità dei due blocchi, per una corretta corrispondenza, io proporrei un coordinamento tale per cui ognuno di essi possa contribuire con ciò che ha e di cui l’altro è carente. In altre parole, per un mondo giusto ed equilibrato, i paesi bene equipaggiati apporterebbero tecnologia e conoscenza, dall’altra parte, i paesi meno equipaggiati ma, ricchi di materie prime, apporterebbero le varie ricchezze del loro suolo e sottosuolo. Questo permetterebbe uno scambio giusto, un rapporto ottimale, fatto di rispetto e considerazione in cui ciascuna delle due parti compensa l’altra. Questo meccanismo però non potrebbe funzionare se non in presenza di politiche corrette, equilibrate e meno egoistiche, di politici responsabili, fatti di buon senso, e che lavorassero per il bene comune. Tuttavia, con un po’ di realismo, mi arrendo all’impossibilità che, in questo mondo e per il bene dell’umanità intera, prevalga il buon senso sull’egoismo, la falsità, la demagogia e l’ipocrisia. Credo che non vi siano ancora, né maturità spirituale, né senso di responsabilità comune, per un approccio corretto alla politica locale e internazionale. L’essere umano, prevalentemente malvagio, avido ed egoista, non accetta ancora un rapporto di vera parità con un suo simile. Piuttosto di questo, preferisce appropriarsi di ciò che gli manca e che appartiene al vicino, per annientarlo e rimanere il più forte, ricco e potente. È una triste realtà, una caratteristica che ci accomuna tutti, riscontrabile, in diverse misure, in qualsiasi comunità, paese e continente. Anche se parole di Mobutu all’Assemblea Generale dell’Onu trovano il mio consenso, ciò nonostante, mi dissocio totalmente dal resto del suo comportamento durante tutto il periodo che ha governato il mio paese, l'attuale repubblica democratica del Congo...

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Sognando l'Occidente

Sognando l'Occidente - Issiya Longo

"I giovani africani dovrebbero spendere le loro energie per lo sviluppo del continente, non per il tentativo di raggiungere l’Occidente a tutti i costi. Questo però può verificarsi solamente in un clima di pace, di tolleranza e di libertà, condizioni possibili soltanto di fronte ad una classe dirigente responsabile ed illuminata. Per quanto mi riguarda, se durante il mio percorso di vita in Africa fossi stato chiaramente informato su certi aspetti della vita in Europa, è molto probabile che non l’avrei sognata in certi termini. Nel lontano 1996 quando, giovane, vigoroso e determinato, iniziai gli studi di Medicina, avevo due importantissimi obiettivi:

1. poter partecipare al miglioramento delle condizioni di salute dei miei connazionali della parte rurale, drammaticamente dimenticati dai governanti.

2. potermi assicurare una certa tranquillità economica grazie al nobile e rassicurante mestiere di medico.

Il desiderio di un viaggio in Europa si sarebbe allora limitato alla curiosità di vederla e conoscerla, poter finalmente dare un volto alla sua fantastica storia e alla sua fama. E' quello che fanno gli amici occidentali, ogniqualvolta che, per curiosità e voglia di scoprire il mondo, decidono di affrontare viaggi talvolta anche lunghissimi. Tuttavia, in Africa esiste questo fattore che infrange ogni ambizione, provocando la fuga dai propri paesi di origine verso l’Occidente: la cattiva politica essenzialmente fatta di divisioni e guerre, di avidità e intolleranza, di egoismo e assenza di vero amore patriottico, di irresponsabilità ed incapacità politica, e di tante altre carenze all'origine delle dure realtà che, per la sopravvivenza, devono quotidianamente affrontare gli africani"

"Dal Congo in Italia come in un sogno"

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Le delizie di Boteka : il "Mpungà"

Le delizie di Boteka  : il "Mpungà" - Issiya Longo

DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI 

Quando dovette lasciare il villaggio per tornare in Belgio, Thierry lo fece a malincuore. Aveva appena assaggiato le delizie della foresta, quelle di cui era solito parlargli il padre. Se solo avesse potuto, sarebbe rimasto lì molto volentieri, per godere del villaggio e dei suoi tanti piaceri.

“Come si fa?”, diceva, “come si fa a lasciare tutto questo? Come ho fatto a vivere finora senza aver degustato questi cibi dall’inimitabile sapore, così strano, particolare, forte ma anche leggero, invitante? Una sola parola mi viene da dire: straordinari. E poi, che non mi si venga a raccontare barzellette sulle cosiddette ‘delizie belghe’. Pare che sia quella la miglior cucina del mondo. Ma và!”

Così si espresse nostro cugino mentre cercava di raccontarci la sua passione, appena scoperta, per i cibi del villaggio. Erano tutti prodotti della foresta, naturali al cento per cento: insetti di ogni tipo, selvaggine, verdure, foglie, pesci freschi dei tantissimi ruscelli della foresta equatoriale, pesci essiccati ed affumicati, tuberi e, soprattutto, frutta. Sì, Thierry era impazzito per la frutta della foresta. La sua gola fu rapita soprattutto dal ‘mpungà’ e dal ‘mbimbò’. “Mamma mia, che frutta! Che delizie! Roba dell’altro mondo”, esclamò mentre descriveva il colore, il sapore e il profumo dei vari tipi di frutta che aveva scoperto. E poi aggiunse: “Potrei vivere per giorni e giorni mangiando solo il mpungà. Pensando alla colonizzazione ed ai belgi, mi chiedo veramente come sia stato possibile che questa frutta non sia mai arrivata fino in Occidente; come mai i colonizzatori, arrivati fin lì per il caoutchouc*, la legna e tant’altro, non s’interessarono ad importare tali delizie in Belgio. Davvero strano tutto ciò!”

(*Generato dal lattice raccolto dall’hevea, il caoutchouc viene successivamente trasformato in gomma, un grande business nell’industria del diciannovesimo secolo. Questo prodotto fu all’origine del massacro di indigeni delle foreste dell’Africa centrale durante l’epoca coloniale: si parla di milioni di morti congolesi, vittime della crudeltà del colonizzatore belga, pesantemente ingaggiato nello sfruttamento di questo territorio africano. Una triste storia dell’umanità passata nel dimenticatoio rispetto a tante altre catastrofi, opera dell’inesorabile mente umana, tanto geniale quanto diabolica. Fu proprio la storia del caoutchouc che determinò la decisione del Parlamento belga di costringere il re Leopold II, nel 1908, a cedere il Congo allo Stato belga. Fino a quel momento, questo territorio era la sua proprietà privata, il che gli conferiva il diritto di sfruttarlo a suo piacimento. Caso inizialmente trattato dal giornalista Joseph Conrad nel libro “Au Coeur des Ténèbres”, lo scandalo del caoutchouc fu ampliamente divulgato due decenni più tardi dal giornalista inglese, Edmond Dean Morel, che pubblicò tantissime foto di bambini amputati provenienti dalla giungla congolese. Si dice che il re belga, per assicurarsi dell’effettiva esecuzione della missione nella foresta, impartì ai suoi uomini l’ordine di tagliare una mano di ogni singolo abitante del villaggio che non avesse fornito giuste quantità del caoutchouc, consegnandola al responsabile della missione. Ogni mano di un abitante pigro amputata significava che l’operazione era stata eseguita alla perfezione. I nostri nonni, infatti, usavano pronunciare la seguente frase: “Le caoutchouc, c’est la mort”, “caoutchouc, uguale morte”. Esiste un film documentario, testimonianza delle reali dimensioni di questa tragica vicenda, orribili crimini sconosciuti da buona parte dell’odierna opinione pubblica. Il film è reperibile in rete con il titolo: “Le roi blanc, le caoutchouc rouge, la mort noire”. Dando uno sguardo all’attuale situazione del Congo, pullulante di conflitti e sporchi interessi, mi accorgo che questo paese ha un destino spaventosamente assurdo. Le sue enormi ricchezze sono la sua croce, paradossalmente, la condanna ad una moltitudine di brutalità, atrocità e disgrazie. Considerando poi l’estrema povertà della sua popolazione, ci si chiede a cosa servano tante ricchezze quando poi il popolo, l’unico vero proprietario di tale benedizione, non ne trae alcun beneficio; deve inoltre guardarsi bene da rivendicarne qualsiasi diritto).

Quanto al lattice dell’hevea, allegramente ricordo come, ancora al villaggio, io ed i miei compagni costruivamo palloni di gomma con questo liquido, bianchissimo rispetto alla nostra pelle scura, e terribilmente appiccicoso. Conclusasi la costruzione dell’oggetto del nostro divertimento, lavare le mani diventava un’operazione tutt’altro che facile. Ma, in compenso, eravamo tutti molto fieri e felici della nostra palla, indistruttibile, inusurabile; solo un tiro infelice nella foresta ce ne separava. 

Il mpungà è un frutto di colore viola che cresce spontaneamente nella foresta, tendenzialmente indaco nella fase matura e che, consumatone anche solo un chicco, conferisce il suo gusto dolce in grado di durare in bocca un’intera giornata. Infatti, è fortemente sconsigliato mangiare il mpungà prima dei pasti, ne rovinerebbe completamente il gusto facendo diventare dolce ogni cosa. A Boende, dopo che avevamo consumato il pranzo, io ed i miei amici passavamo alcuni pomeriggi sull’arancio o sul limone, ben sistemati sui rami precedentemente puliti dalle spine. Quanta frutta veniva consumata in tali occasioni! Certo che la nostra visita non passava inosservata, tanto le bucce d’arance o di limone popolavano l’ambiente sottostante agli alberi presi d’assalto. Thierry impazziva per il mpungà.

Poi ci parlò anche del mbimbò. Che cosa straordinaria! Io stesso ne ho mangiato in quantità industriali e anche Thierry se ne innamorò. Questo frutto ha una particolarità: per essere mangiato, deve essere arrostito. Non so proprio come descrivere il mbimbò, tuttavia devo forzarmi a farlo per te, il mio gentile lettore, sentitamente ringraziato per la scelta fatta di percorrere le linee di questo racconto. Di forma rotonda come il mondo, questa delizia equatoriale è un enorme frutto pieno di chicchi da estrarre e torrefare prima d’essere consumati. Il seme tostato è morbido, dolcemente saporito e così buono da farsi mangiare in quantità esageratamente elevate senza mai averne abbastanza. L’odore della torrefazione dei suoi semi è inconfondibile, invitante e, la sua raccolta, un evento particolare e divertente. La pianta produttrice di questo strano frutto è enorme, abbastanza alta e si trova generalmente a pochi metri nella foresta dietro i villaggi. Siccome il mbimbò non va mai raccolto dall’albero, tutti ne aspettano la caduta che avviene alla maturazione. Allora nel villaggio si sente un forte tonfo, inconfondibile e generatore di corse pazze verso il luogo di provenienza. Che bello ricordarsi quell’atmosfera… Sì, posso proprio gridarlo: io sono davvero innamorato del mio villaggio e della mia Terra! Le corse si concludono con l’urlo del vincitore, acclamato, celebrato. Da quel momento, è festa nel villaggio dove il frutto raccolto viene sempre condiviso con tutti.

Mai più tornato in Congo dopo quel suo primo ed unico viaggio, Thierry porta dentro di sé ricordi eccezionali, storie straordinarie che racconta e racconterà con entusiasmo alla sua prole e che io, con il suo permesso, ho esteso a tutti voi miei lettori.

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Il gas metano del lago Kivu

Il gas metano del lago Kivu - Issiya Longo

Da "Dal Congo in Italia come in un sogno"

Prima di essere scisso in tre diverse province in seguito alla politica di Mobutu, il defunto dittatore dello Zaire, il Kivu era un blocco compatto che comprendeva tre fasce regionali: Kivu settentrionale, Kivu meridionale e Maniema; a capo di ognuna c’era una città capoluogo, quindi, ogni fascia costituiva una provincia:il Maniema aveva come capoluogo la città di "Kindu", per il Kivu settentrionale c’era la città di GOMA, collegata a BUKAVU, città centrale del Kivu meridionale, grazie al misterioso lago Kivu, 2.400 km/q, profondo e ricco del gas metano. Si dice che 50 miliardi di metri cubi di gas metano dormano sotto 250 metri d’acqua nel fondo di questo lago. Considerando le ricchezze non sfruttate del Congo, il metano del lago Kivu rappresenta una di quelle di maggior valore economico, una fonte di energia in grado di appoggiare vari progetti di integrazione economica e dello sviluppo del paese. Oltre al metano, il lago Kivu contiene anche il pericoloso gas carbonico (Co2) responsabile, nel 1986, della morte di centinaia di capi di bestiame nel raggio di 30 km, in Camerun; questo dovrebbe essere un altro motivo per spingere chi di dovere a progettare ed attuare, con una certa urgenza, un programma per lo sfruttamento di questi prodotti. Purtroppo, sia le autorità precedenti che quelle attuali non ne hanno mai dimostrato alcun interesse.

Kivu, il dilemma del gas.

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La guerra dei sessi

La guerra dei sessi - Issiya Longo

Da "DESTINI II / ABOMINAZIONE": Le battaglie di Ngomà (Nonna) Kimek Ngo Bitungui

La signora Kimek si oppose alla linea dura adottata contro Angel e contro tutte coloro che erano nella sua stessa situazione. Determinata e straordinariamente audace, non esitava a puntare il dito contro gli uomini, denunciando la politica delle diseguaglianze sessuali. Fin da piccola, Kimek si era sempre battuta per i diritti della donna nella società tradizionale congolese. Anche se cosciente di non poter cambiare la situazione, questa grande combattente non si arrese mai. Portava alte le sue ideologie e battaglie senza indietreggiare davanti a nessun ostacolo. Il suo comportamento le causò impopolarità e inimicizie anche tra le donne. Queste ultime, prime maschiliste e conservatrici, rispettose delle tradizioni e abitudini locali, le ricordavano l’obbligo morale del sesso femminile di accettare qualunque vizio dell’uomo, anche quelli sessuali, senza avere il diritto di osare lo stesso. Ma Kimek non era pronta ad arrendersi di fronte alle difficoltà. Non condivise mai e si oppose sempre alle loro parole. Da qui, l’inimicizia e la rivalità tra lei e il resto delle signore di Mpamà...

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ITHOS

ITHOS - Issiya Longo

Itonde Y'Elima Ya Ndoki N'Ejandje, "Ithos", è il mio nome d'infanzia, che alcuni parenti usano tuttora. Per rivelarne il significato, riporto qui un estratto del libro "Dal Congo in Italia come in un sogno".

La mia infanzia

 Originario della regione forestale dell’Equatore nel Nord-Ovest del Congo, sono nato il 17 Aprile 1973 a Kinshasa, la capitale, città nella quale sono rimasto soltanto per pochi anni. Mio padre, Bengongo François, dopo il divorzio a Kinshasa dalla prima moglie e madre dei suoi primi cinque figli, decise di contattare i genitori residenti a Boende Bakoyo Etoo, suo villaggio natale situato nelle vicinanze di Mbandaka, capoluogo della regione dell’Equatore; secondo le tradizioni locali, affidò loro il compito di trovargli una fidanzata che sarebbe poi diventata la sua seconda moglie, dopo una prima esperienza completamente negativa. Fu così che mia madre, Iloko Marie-Louise, dopo il consenso dei suoi genitori, da Mbandaka dove studiava lo raggiunse rapidamente a Kinshasa per costituire insieme un nucleo famigliare che vedrà nascere altri cinque figli, di cui io sono il secondo. Affidandomi ai racconti di mia madre, la mia nascita fu particolare. La mattina in cui venni alla luce mio padre le chiese, come faceva tutti i giorni dall’ottavo mese di gravidanza, come si sentiva e se poteva tranquillamente recarsi al lavoro. “Vai pure, non sento niente, il bambino non nascerà di certo oggi”, gli rispose la mamma. Papà se ne andò al lavoro, rassicurato dalla risposta di mia madre totalmente ignara dell’esito delle ore successive. Quando decisi di venire al mondo, la sorpresi con improvvise, frequenti e lunghe contrazioni. Ai suoi gemiti accorse una vicina di casa che, colta dalla sorpresa e non possedendo alcun mezzo di trasporto, si affrettò a chiamare un taxi in modo da raggiungere l’ospedale più vicino. Purtroppo, il taxi arrivò dopo un’ora e mezza e al momento della salita sul veicolo, successe quello che si tentava di evitare; nacqui all’istante, provocando panico e preoccupazione. L’autista, disorientato, accese il motore della sua vecchia Renault 4 e partì, affrettandosi verso l’ospedale. Mia madre dice che fu un momento intenso, non ricorda di averne vissuti altri simili. Devo la vita alla signora Eugenie, la vicina di casa che nel tratto tra il taxi e l’ospedale si occupò totalmente del parto, muovendosi con la cautela e la bravura di un’ostetrica. Non aveva mai assistito ad un simile evento ma si comportò da vera professionista. Il taxi era ormai sporco di sangue, il suo proprietario terrorizzato, incredulo e un po’ seccato dell’accaduto. L’urgenza era di raggiungere l’ospedale, cosa che facemmo senza perdervi molto tempo. Una volta all’Ospedale Maman Yemo, fummo condotti nel reparto ostetrico dove la mamma ed il suo neonato, io, ebbero le prime cure. Non avendo alcun mezzo di comunicazione per contattare mio padre, mamma affidò alla signora Eugenie il compito di informarlo dell’accaduto al suo rientro dal lavoro.

 Quando papà, arrivato a casa senza trovarvi nessuno, apprese le circostanze della mia nascita, pensò subito al nome appropriato da assegnare al misterioso bambino. Non ebbe alcun dubbio: “questo bambino si chiamerà Itonde Y’Elima Y’a Ndoki N’Efandje”, un lunghissimo nome che abbreviato divenne Ithos. Ricevetti questo appellativo in onore ad un mito delle nostre foreste, personaggio chiave dell’epopea Lianja, molto famosa in Congo. Infatti, Itonde Y’elima Ya Ndoki N’Efanje era un bambino misterioso e coraggioso che, ancora nella pancia della madre prima della nascita, ne usciva e ci tornava a piacimento. Si narra che la notte Itonde si allontanasse dalla madre per cibarsi delle riserve della famiglia. Non soddisfatto del nutrimento tramite la madre, usciva e mangiava come un adulto, approfittando del sonno dei genitori. E solo la mattina, al risveglio, i genitori notavano la mancanza del cibo gelosamente conservato la sera prima. Nessuno era riuscito a sorprenderlo fino al giorno in cui il padre, stanco della situazione protratta per mesi, tese una trappola. Era deciso a scoprire chi fosse il misterioso ladro che sottraeva le modeste riserve di cibo alla sua famigliola. Itonde non riuscì a fare rientro nella pancia della madre, saldamente bloccato dalla trappola, una rete da pesca che cadde su di lui all’entrata in cucina. Interrogato dal padre, dichiarò di esserne il figlio, il bambino di cui tutta la famiglia era in attesa. Per convincere il genitore incredulo e diffidente, lo invitò a controllare lo stato di gravidanza della moglie. Avvicinando la sua sposa profondamente addormentata, con stupore l’uomo constatò che lei aveva effettivamente sgravato. La mattina successiva fu organizzata una grande cerimonia durante la quale, senza rivelare come, il bambino misterioso fu ufficialmente dichiarato nato.

Mio padre decise quindi di chiamarmi Ithos, sostenendo che l’evento della mia nascita gli ricordava la storia di Itonde. In famiglia il nome fu accolto con entusiasmo, tutti furono meravigliati dalle circostanze della mia nascita. Questo non è il mio unico nome ma è il più usato da tutti i miei più stretti parenti che ricordano così la famosa epopea Lianja. 

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Il loyengè

Il loyengè - Issiya Longo

 Il “loyengè” è una sorta di competizione musicale, la “MTV Awards” delle foreste equatoriali congolesi durante la quale, per alcune notti, gruppi musicali tradizionali provenienti da vari villaggi si sfidano in suoni e balli tipici dei loro rispettivi territori. In tale occasione si assiste a straordinarie prestazioni di suonatori scatenati, di cantanti e danzatori incredibilmente abili e coinvolgenti. Allora, ogni sera nella miscellanea di suoni e di musica, l’unico effetto acustico inconfondibile è quello del lokolè, una vibrazione così potente ma, allo stesso tempo, magica. I tamburi tradizionali di questa regione del Congo sono costruiti con particolari tronchi d’alberi della foresta e pelli di animali. La singolarità di tali strumenti è nel modo in cui vengono preparati prima dell’inizio dello spettacolo: per tirare le pelli che allentano la tensione dopo un periodo d’inattività, i tamburi vengono riscaldati grazie ad un falò attorno al quale sono posti in una forma circolare. E poi, per evitare il surriscaldamento o, addirittura, il bruciarsi delle pelli, vengono ruotati in continuazione fino all’ottenimento del suono ottimale.

Durante quelle calde e movimentate serate si assiste ad un altro fatto caratteristico che vede come protagonisti i giovani dei villaggi partecipanti e no; per loro l’evento rappresenta il momento giusto per trovare il partner che, spesso, diventa anche quello della vita. Grazie all’incontenibile afflusso di giovani provenienti da ogni angolo, quasi tutti con un unico obiettivo, trovare l’anima gemella diventa un’operazione assai semplice. Allora l’attesa dell’incontro che può cambiare la vita li rende nervosi e impacciati. Sono momenti importanti, e loro sanno di non avere diritto allo sbaglio. I maschietti, per meritarsi l’interesse di qualche ragazza, sanno di dover essere particolarmente performanti, nel ballo e nel canto. Ogni brutta figura può significare un fallimento, per sé e per la famiglia che spera in buone notizie la mattina successiva. Le giovani fanciulle, invece, si preparano e truccano per la circostanza utilizzando i prodotti della foresta. I loro corpi sinuosi unti con l’olio di palma brillano di giorno e, di notte, emanano un particolare profumo, riconoscibile anche a considerevoli distanze. Si ornano il fisico con sostanze e prodotti della foresta come il “mayaka” e le conchiglie, tutti meravigliosamente brillanti sotto l’effetto della luna piena e limpida, caratteristica delle notti di quella parte del mondo. È uno spettacolo davvero stupefacente. Nel vivo della serata l’atmosfera è tale che molti dei giovani pretendenti entrano in trans, eseguendo danze di seduzione che coinvolgono le ragazze, anch’esse particolarmente eccitate. Thierry afferma che quell’indimenticabile sera della sua partecipazione al loyenge accadde qualcosa di molto strano: dice di essersi trovato in uno stato sciamanico di coscienza appena alcune ragazze, scatenate e in perfetta estasi, l’avvicinarono invitandolo al ballo. “Non avevo mai provato nulla del genere”, ci raccontò. “Non ricordo nemmeno come e quando si concluse la festa. Secondo me, i nostri fratelli del villaggio usano certi poteri per raggiungere quello stato d’animo, coinvolgendo anche tutti coloro che si trovano nelle vicinanze. Sono confuso, devo cercare di capire bene cosa sia successo”.

Mente aperta e simpatica, Thierry non provava alcuna difficoltà a socializzare, motivo per cui, aiutato anche dalla grande solidarietà all’interno del villaggio, non tardò ad ambientarsi, conquistandosi subito l’affetto e l’amore di tutti. A Boteka trascorse momenti davvero straordinari e, quando arrivò il momento dei saluti prima del ritorno in Belgio, scoprì di esser stato anche oggetto dei desideri di molte ragazze che lo avrebbero segretamente indicato come “il compagno ideale per la vita”. Thierry aveva fatto colpo su più di una ragazza; alcune gli dichiararono i loro sentimenti il giorno della sua partenza per l’Europa. Senza vergognarsi e, davanti a tutto il villaggio, dissero di provare grande attrazione e grande desiderio di passare la vita insieme a lui. Peccato che egli dovette partire. In una società fortemente maschilista, è raro sentire tali dichiarazioni tra le femmine e, soprattutto, in pubblico. Per averle fatte in quel modo, quelle ragazze dimostrarono una totale perdita del controllo, espoinendosi anche al rischio di pesanti giudizi all’interno della comunità. 

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Proposte di lettura (a cura di Silvia Camilotti)

“D.E.P. – Deportate, Esuli e Profughe”

Tra i romanzi tradotti in lingua italiana che pongono al centro personaggi, storie e ambientazioni congolesi o che comunque consentono di, per riprendere il titolo della presente rubrica, “aprire una finestra” sul paese dell’Africa centrooccidentale, abbiamo individuato in particolare quattro titoli. Si tratta di due opere in traduzione dal francese e di due scritte direttamente in lingua italiana; è bene subito premettere che si tratta di romanzi difficilmente comparabili sul piano dei contenuti, dello stile e più in generale della elaborazione formale e tematica. Tra le opere scritte direttamente in lingua italiana indichiamo Kinshasa-Milano. Sola andata di Mbaku Malanda (della collana Letteratura africana delle edizioni L’Harmattan Italia, pubblicato nel 2002) e Dal Congo in Italia come un sogno di Issiya Longo (Edizioni La Riflessione, Cagliari, 2009). Sin dai titoli si comprende facilmente la natura di questi due testi: opere che raccontano l’esperienza di immigrazione in Italia, dalla spinta a partire sino all’impatto con la società d’arrivo. In linea con i primi romanzi della letteratura della migrazione in lingua italiana, la peculiarità di Kinshasa-Milano e Dal Congo in Italia come un sogno risiede più nel valore socio-politico della scrittura che nella ricercatezza letteraria, trattandosi in entrambi i casi di esordi di autori non italofoni da pochi anni in Italia e che peraltro non hanno dato continuità all’attività di scrittura. I due romanzi in esame hanno dunque un valore testimoniale, in quanto esemplificano l’esperienza della migrazione in Italia da un paese che, come emerge in entrambi i testi, avrebbe tutte le risorse materiali per emanciparsi dalla povertà, ricchezze che però sono male utilizzate oppure sfruttate da altri. Il romanzo di Mbaku Malanda non si incentra molto sul paese d’origine quanto su quello d’arrivo, sulle difficoltà di inserimento, sullo sfruttamento lavorativo (buona parte del testo è ambientato a Villa Literno in provincia di Caserta), sulle illusioni di facile ricchezza e sullo scontro amaro con la realtà. Vi sono anche incontri positivi, con africani ed anche italiani solidali alla causa dei lavoratori stranieri sfruttati che tuttavia ripropongono – come nel caso della giovane Francesca, animata dalle migliori intenzioni – triti stereotipi esotizzanti sull’ “africanità”. Il romanzo Dal Congo in Italia come un sogno, sebbene presenti molte affinità con il precedente, permette qualche escursione maggiore sul paese d’origine dell’autore, che racconta la propria vita (anche grazie all’ausilio di fotografie inserite nel testo) anche prima di prendere la decisione di partire per l’Europa e dunque traccia un quadro un po’ più ampio della situazione recente del Congo. Sin dalle prime pagine troviamo qualche cenno allo scempio ambientale subito dal paese che però ha la “fortuna di mantenere ancora parte importante della sua natura” (p.13). Silvia Camilotti DEP n. 24 / 2014 160 Cogliamo anche critiche nei confronti dei propri connazionali, impegnati a rincorrere goffamente abitudini occidentali (p. 29), dei propri governanti nient’affatto interessati al bene collettivo e ai colonizzatori che hanno alterato le strutture sociali fino a cancellare tracce del passato, ormai irreperibili nei contesti urbani (pp. 30- 31). Inoltre, qualche pagina è dedicata all’assenza di infrastrutture – strade in particolare – ed ai pesanti effetti sulla vita dei cittadini, senza considerare fenomeni sociali gravi come i bambini di strada (phaseurs) che finiscono arruolati nelle milizie (pp. 120-125). Ruolo centrale svolgono, nella vita del protagonista, i missionari cattolici, che nel suo caso hanno certamente permesso la svolta finanziando gli studi prima in Congo e poi in Italia; ciò permette all’autore anche l’apertura di qualche spazio di riflessione critica nei confronti dell’assistenzialismo fine a se stesso (p. 67). Un passaggio della biografia dell’autore che apre a un tragico momento della storia recente del suo paese è rappresentato dal conflitto ruandese, poiché la regione congolese del Kivu, al confine con il Ruanda, ha visto migliaia di profughi riversarsi nel paese durante quella guerra e lo stesso protagonista ha toccato con mano gli effetti del conflitto: infatti, la sua amicizia con alcuni ruandesi compagni universitari lo ha messo in pericolo, costringendolo ad abbandonare il campus a Kisangani dove studiava medicina. Inoltre, gli scontri tra le milizie del presidente Kabila e le forze di Mobutu che hanno investito anche la città di Kisangani hanno rappresentato un ulteriore pericolo che ha spinto il protagonista alla fuga, senza peraltro avere notizie della famiglia ancora residente nel Kivu. Grazie all’aiuto di un padre missionario riesce ad ottenere un visto turistico per l’Italia che segna l’inizio di una nuova, anche se difficoltosa, fase e che, a parte una parentesi in Congo necessaria per poi ripartire con un permesso per studio per l’Italia, rappresenta un nuovo inizio per il protagonista. Si tratta di un romanzo che senza la pretesa di approfondimenti e a partire da un punto di vista personale, non privo di qualche ingenuità, permette di avvicinarsi a vicende storiche che in tutta la loro gravità e contingenza sono dimenticate oppure velocemente liquidate dai media. Purtroppo, come il report presentato in questa rubrica dimostra, la situazione di sfruttamento e violenza nel Congo è tutt’altro che risolta, come peraltro racconta anche qualche sporadico articolo giornalistico1 . Di taglio completamente diverso i romanzi di Emmanuel Dongala e Sony Labou Tansi, rispettivamente L’uomo di vento (trad. it di Egi Volterrani, Milano, epoché, 2005) pubblicato in Francia nel 1987 e Nemico del popolo (trad. it di Egi Volterra- 1 Si veda l’articolo di Daniela Greco del 10 maggio 2013 su www.ilfattoquotidiano.it dal titolo Congo: violenze, morte e ingiustizie. Una guerra lunga vent’anni che testimonia dall’interno la situazione, aprendo però a spiragli di speranza e ripresa. Il pezzo uscito sul blog http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2013/12/falchi-italiani-per-la-guerra-in-congo.html dal titolo Falchi italiani per la guerra in Congo del 14 dicembre 2013 denuncia le spese militari tutt’oggi sostenute dall’Onu a scapito di investimenti in aiuti umanitari; infine, l’articolo di Linda Chiaramonte uscito sul “Manifesto” del 3 gennaio 2013, La marcia di John. A tasche piene, riporta l’intervista a John Mpaliza che per denunciare la guerra per l’estrazione del coltan è stato costretto a fuggire in Italia dove risiede da vent’anni e continua la sua battaglia. Egli sostiene la necessità di “una sensibilizzazione dell’opinione pubblica perché sappia che tutti noi abbiamo a che fare con questo minerale” al fine di “trovare il modo di fermare il massacro” che la lotta per le risorse del Congo produce da anni. Silvia Camilotti DEP n. 24 / 2014 161 ni, Milano, epoché, 2003) uscito nel 1983. Si tratta di due autori riconosciuti a livello internazionale, pluripremiati e le cui opere sono state tradotte in molte lingue, considerati importanti esponenti delle letterature africane e (nel caso di Tansi) anche di sceneggiature teatrali. Nel primo caso il riferimento alla storia congolese è piuttosto diretto e risale all’impatto della colonizzazione e alle sue conseguenze a breve e lungo termine. Anche in tal caso la prospettiva è strettamente individuale e appartiene al protagonista Mankunku, che osserva in maniera critica le trasformazioni e la degenerazione che la sua comunità vive e contro le quali si scaglia, inutilmente. Di grande impatto e significato la scena di uccisione di animali, in particolare elefanti, ad opera di un bianco, inebriato dal sangue e della morte che produce (pp. 82-83). Mankunku è un uomo dai tratti eroici, mitici in alcuni momenti, ma anche gravato dalle debolezze umane che all’altezza dell’epilogo avranno la meglio su di lui. Come molte altre grandi opere letterarie di autori africani, l’epica e il mito che caratterizzano e sostanziano la vicenda si intrecciano alla contingenza della storia e alla necessità di un equilibrio tra tradizione e spinta verso il futuro, con la consapevolezza, che emerge anche in alcune riflessioni di Longo, che cancellare il passato in nome del progresso produce alienazione e miseria, e solo una coesistenza tra i due poli può portare a un miglioramento delle condizioni di vita del popolo congolese e più ampiamente delle genti africane. La portata ampia del romanzo supera i confini nazionali e assume valore per tutti gli stati del continente che hanno condiviso il medesimo destino di sfruttamento. Infine, Nemico del popolo figura tra i quattro testi il più surreale ma forse anche feroce nel descrivere, secondo le parole di Volterrani nell’introduzione, una «vicenda disperata e improbabile che passa dai riferimenti a una realtà crudele come i regimi autoritari e corrotti che hanno fatto scempio dell’Africa alla criptica eredità di culture ancestrali» (p. 8). Come ne L’uomo di vento, la dicotomia tra tradizione e modernità non pare risolversi e gli effetti di degenerazione materiale e morale paiono travolgere l’intera società. Vi sono specifici riferimenti al Congo, che però assumono valore metaforico valido per moltissime altre situazioni africane che vedono dittature cieche al comando in cui l’arbitrarietà della giustizia raggiunge apici paradossali. L’esistenza del protagonista Dadou è soggetta e segnata dalla totale assenza di qualsiasi forma di tutela o di diritto, poiché la vita delle persone dipende dai capricci dei potenti e dai repentini cambi ai vertici in cui puoi diventare un nemico senza rendertene conto. È quanto accade a Dadou e alle figure che gli ruotano intorno: egli, personaggio antifrastico e discutibile dal punto di vista morale, resta di fatto innocente e viene accusato e pesantemente punito per crimini mai commessi. Potremmo forse dire, con una formula che applicata a Nemico del popolo suona a dir poco sardonica, che l’amore finirà per trionfare, in un succedersi di colpi di scena, nella seconda parte del romanzo, che conducono una grottesca, cupa e a tratti violenta vicenda ad un tanto inaspettato quanto surreale finale. Bibliografia Dongala, Emmanuel, L’uomo di vento, trad. it di Egi Volterrani, Milano, epoché, 2005 (1987). Silvia Camilotti DEP n. 24 / 2014 162 Longo, Issiya, Dal Congo in Italia come un sogno, Edizioni La Riflessione, Cagliari, 2009. Malanda, Mbaku, Kinshasa-Milano. Sola andata, L’Harmattan Italia, Torino, 2002. Tansi Sony Labou, Nemico del popolo, trad. it di Egi Volterrani, Milano, epoché, 2003 (1983).

http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=168815

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Katoto lala / Piccolo dormi.

"Katoto lala", ninna nanna congolese - Lettura con chitarra di sottofondo

Katoto lala / Piccolo dormi. - Issiya Longo
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Il fluire della vita

Il fluire della vita - Issiya Longo

 Il fluire della vita / ITINERARI

"La vita è troppo breve; non conviene sprecarla nella ricerca di domande impossibili.

Lasciamola fluire così, come onde serene sulla superficie del fiume Congo".

 

 

Fermo qui,

osservo la strada e il suo flusso, la vita e i suoi passanti:

uomini, animali, oggetti in movimento.

Tutti attratti da qualcosa che non afferro, una forza che mi sfugge.

Un mistero.

È un’energia, reale ma, impalpabile, impetuosa e travolgente.

Tutti questi viandanti sono diretti, ciascuno,

verso un obiettivo, la propria meta.

E il loro fine mi è ignoto.

M’incuriosisce. Mi stuzzica.

Non mi da pace.

Mi fa riflettere.

Mi fa pensare …

E poi, improvvisamente,

sorge in me una domanda,

un quesito del tutto inaspettato, spontaneo, obbligato.

Ma, dove vanno,

tutte queste creature?

Cos’è che le chiama?

Cosa le attrae?

Voglio saperlo.

Ed è così, da sempre, per sempre.

Questa ossessione per qualcuno è inspiegabile.

Ma io non posso, non voglio non sapere.

Desidero conoscere il motivo di tanta agitazione, di tanta frenesia.

Guardo da un lato, poi da quello opposto.

I loro movimenti mi confondono le idee.

Sembrano scambiarsi gli obiettivi in un turbine di energia.

Alcuni vanno. Altri vengono.

Qualcuno sembra andare al mare.

Altri ne tornano.

C’è chi, appena nato,

esce dall’ospedale, coccolato dalla gioia dei parenti, meravigliosamente euforici.

Altri invece, disgraziati,

ne escono ben posizionati nelle bare.

Attorno a loro un silenzio tombale.

Volti tristi e disperati.

Per loro quei sarcofaghi saranno l’ultima dimora.

I parenti e gli amici sono tristi.

Qualcuno dietro là, in fondo alla fila,

piange disperatamente.

Poi mi rigiro.

Vedo altri movimenti.

Alcuni mi divertono.

Altri mi commuovono.

Piango l’umanità.

Piango la mia inabilità d’intervenire.

Piango l’impossibilità di urlare,

gridare e salvare, strillare e correggere.

Urlare per partecipare, contribuire, associarmi alla gioia,

alla felicità, alla festa scatenata da un nuovo arrivo al mondo.

E così, dalla mattina alla sera quando, stanco,

decido di abbandonare il posto, per tornare nel mio regno dei sogni.

A casa mia dove e, nel totale silenzio, ricomincio a pensare.

Ripenso alla mia giornata, alle auto che mi hanno stordito.

Penso ai cani e ai gatti che girovagavano, diretti chissà verso quale meta.

Penso alle mosche, agli uccelli, alle formiche,

alle zanzare che mi hanno punto per poi volar via,

andarsene con la pancia bella tonda,

piena del sangue del mio sangue; orientate verso altre mete.

Vorrei sapere dove vanno a finire.

Vorrei sapere la fine che fa il mio sangue scroccato,

spassionatamente succhiato.

Penso a tutti i volti che ho incrociato sulla strada.

Penso a tutti i movimenti, all’infinito sul quale il mio sguardo si perdeva,

ogniqualvolta scompariva l’oggetto osservato.

Penso al percorso di ognuno di noi, e non mi do pace.

Questi itinerari che, ogni tanto, s’incrociano.

Questi destini che s’intrecciano, per poi sciogliersi.

Ma quale sarà il motore di questo groviglio esistenziale?

E non sapere dove andavano tutti quei passanti che ho osservato oggi,

una vera tortura alla mia povera anima.

Tuttavia, la mia curiosità rimarrà illibata, insoddisfatta,

in questa vita, e nelle prossime, se ci saranno.

Ma, pensarci ora, tormentare la mia povera anima,

che importanza ha?

La vita è troppo breve; non conviene sprecarla nella ricerca di domande impossibili.

Lasciamola fluire così, come onde serene sulla superficie del fiume Congo.

Poenarrando

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Enrico MATTEI, “corsaro del petrolio”, un esempio.

Enrico MATTEI, “corsaro del petrolio”, un esempio. - Issiya Longo

Sarebbe utile che i politici condividessero le idee di Enrico Mattei, il marchigiano dei primi del Novecento ribattezzato “corsaro del petrolio” per le sue spiccate qualità imprenditoriali nel settore, sostenendo, come lui, la necessità dell’esportazione del lavoro nel terzo mondo e nei paesi produttori del petrolio. Considerando le ricchezze del sottosuolo africano ambite dall’Occidente e dall’Oriente, per creare lavoro, basterebbe  impiantare delle fabbriche in Africa per le lavorazioni, sul posto, dei vari prodotti. Purtroppo, invece, si preferisce recuperare il grezzo, spesso pagato a prezzi ridicoli o, in molti casi, ottenuto grazie ad azioni belliche come le guerre civili, con la complicità dei governanti, trasportarlo nei propri paesi, moderni ed altamente industrializzati e lavorarlo lì, generando occupazione e benessere. Nel frattempo gli africani vivacchiano, senza lavoro, senza diritti e letteralmente spogliati dalle ricchezze che dovrebbero e potrebbero dare loro  un’esistenza diversa. Come risultato, milioni di persone emigrano sfuggendo dalle miserie e affrontando viaggi rischiosi e difficili verso l’incognito. E, arrivati nei paesi che li hanno derubati, vengono considerati anche “scomodi”.

Quando chiudo gli occhi e penso a quelle immagini di morte nel Sahara, pubblicate nel sito della rivista ‘L’espresso’ in un filmato agghiacciante che fa scorrere scene di uomini stremati dalla fame, dalla sete, dal caldo del deserto, dalla sabbia, dalla marcia e, infine, morti, vedo e sento un mondo che puzza, un’umanità seriamente alla deriva. Non riesco, tuttora, ad allontanare l’immagine di quell’uomo deceduto e rimasto in posizione di preghiera perché, disperato, decise d’affidarsi al suo Dio, s’inginocchiò per pregarlo, poi, si spense, cadendo con il viso nella sabbia rovente del Sahara. Durante le riprese, l’unica cosa ancora viva sul suo cadavere era una triste maglietta che il vento del deserto si divertiva a muovere, soffiando forte da una direzione all’altra. Scene che umiliano l’umanità. Se solo esistessero altre creature consapevoli oltre all’uomo, sono convinto che alla vista di simili situazioni deriderebbero la nostra presunta intelligenza, quella nostra tanto decantata evoluzione. Nella consapevolezza che possano esserci persone che godono di quel genere d’immagini, magari conseguenza delle loro azioni, il mio cuore si spezza e l’amaro che ne esce mi sale fino in bocca, rovinandomi intere giornate. Sta ancora fallendo il mondo, un pianeta che persevera nell’errore e nell’orrore.

La cattiveria dell’uomo, le catastrofi naturali degli ultimi tempi, i genocidi, il terrorismo e le grandi guerre internazionali, sono tutte situazioni che spingono a pensare che le previsioni di alcune profezie sul 2012 possano essere davvero attendibili, e che il nostro mondo stia tendendo verso la fine. Allora, prima che alcuni finiscano nelle tenebre eterne, sforziamoci di essere migliori, almeno, in questi ultimi giorni concessi alla nostra specie, la tanto EVOLUTA specie umana, intelligente, geniale, civile.

In Africa, l’instabilità politica e l’insicurezza che regnano sovrane, sono generatrici di azioni come quella dell’8.01.2010 in Angola, poco prima dell’inizio del campionato calcistico della coppa d’Africa. Infatti, mentre era in viaggio per raggiungere il luogo del suo ritiro, la squadra del Togo fu bersagliata dai colpi di fuoco di un esercito ribelle ai pressi dell’enclave di Cabinda, zona dell’Angola molto ambita per i suoi appetitosi giacimenti di petrolio. Della nazionale togolese facevano parte nomi come Emmanuel Adebayor, la stella del Manchester City, e altri importanti personaggi di questo paese. Adebayor, giocatore immigrato in Occidente che, insieme ad altri suoi connazionali, ha terribilmente rischiato la vita nel suo stesso continente. Come lui, molti altri africani della diaspora rischiano la vita quando rientrano in patria, a causa d’innumerevoli conflitti armati che tengono il continente in ostaggio. Solitamente sono episodi di poco interesse per i media, ma che assumono importanza quando toccano organizzazioni come quello della coppa d’Africa, o personaggi del calibro di E. Adebayor. Analizzando il grave episodio della squadra togolese, la mia mente si è orientata verso i figli d’immigrati africani nel mondo. Ho provato a pensare ad un bambino che, tramite i mass media, apprenda della morte o del ferimento del padre, tornato in patria per una semplice visita famigliare, per affari o per lavoro. È successo ad Etienne, figlio di Jean-François, giovane congolese di Rutsuru, morto ai pressi di Goma durante un viaggio in famiglia, dopo tredici anni da quando si era stabilito in Francia. Etienne non vuole più saperne del Congo, paese che ha visto nascere suo padre e dove, alcuni anni dopo essersi miracolosamente salvato dalla guerra civile che lo spinse lontano dai suoi cari, tornò a morire, barbaramente trucidato dalla malvagità di uomini armati non identificati. Realtà davvero sconvolgenti, frequenti nella vita di molti immigrati africani e delle loro famiglie anche se, contrariamente alla storia di Adebayor, sono fatti poco pubblicizzati e di poco interesse.

Un giorno chiesi ad Etienne di venire in vacanza con tutti noi in Congo. “Non ci penso proprio”, mi rispose il piccolo Ety. “Io non sono congolese, non lo sarò mai e nemmeno voglio diventarlo. E poi, non voglio andarci, mai. Sono francese e tale rimarrò, a vita. Non posso desiderare di diventare cittadino di un paese dove le persone ne uccidono altre come fossero mosche e ciò, nella totale indifferenza dello Stato. IO SONO FRANCESE!”

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La fuga verso l'Italia

"Dal Congo in Italia come in un sogno"

"...Grazie a Dio, anche in quest’occasione, la fortuna non ci abbandonò; dalla Maison Saint Laurent all’aeroporto la strada era sorprendentemente deserta: nessun militare, nessun civile, nessun pericolo all’orizzonte. Un vero miracolo dato che, solo poche ore prima di iniziare il viaggio, avevano sparato lungo il percorso che porta all’aeroporto, l’unico che lo collega alla città. Sapevamo di rischiare molto. Invece, il viaggio fu tranquillo, situazione paradossalmente anomala dato il caos caratteristico di quei momenti a Kisangani. In più, quel percorso era uno dei luoghi più insicuri perché assediato da militari in attesa di chi tentava la fuga. Fu sufficiente una mezz’ora per raggiungere l’aeroporto, semi-deserto, dove a terra c’era un solo aereo carico di missionari occidentali, tutti impazienti di andarsene. Non ricordo di aver visto un’altra faccia nera dentro quell’apparecchio tranne la mia e quella di un nervosissimo pilota, agitato ed ansioso di decollare. Padre Pross ed io fummo tra gli ultimi ad imbarcare e, pochi minuti dopo, l’aereo prese quota; stavamo volando! Incredibile! Dio mio, che liberazione! Guardavo, incredulo, il mio salvatore senza dire parola. Lui era terribilmente scosso dagli ultimi eventi, esaurito, scoraggiato. Costretto a partire da Kisangani lasciando tutte quelle giovani vite senza alcun sostegno, si intristì fortemente, si alzò e si recò in bagno dove rimase per alcuni minuti. Al suo rientro presentò evidenti segni di un recente pianto. Mi fissò a lungo come tentasse di comunicarmi qualcosa. Sono certo che aveva indovinato cosa provavo in quel preciso istante. Decisi di non guardare dal finestrino, volevo dimenticare tutto, subito; ma non ci riuscii; appena rilassato, mi girai e indirizzai uno sguardo amaro verso la città la cui vista stava scomparendo lentamente alle nostre spalle. Richiusi immediatamente gli occhi; nella mia mente potevo riconoscere le vie e localizzare i punti caldi delle azioni barbariche. “Basta”, ripetevo a me stesso. “Basta guardare quell’orrore. Basta pensarci. Mai più metterò piede in quest’inferno!” Pregavo di dimenticare tutto, non volevo più sapere nulla su quella città, quell’orrore. Oggi, nel lontano 2008 vedere, dalla lontana Italia, le immagini di altri disordini ed uccisioni nel Kivu è come gettare sale sulla mia ferita. Che destino quest’Africa! Il popolo del Kivu in particolare, quello dell’intero Congo in genere, è chiamato a subire violenze di ogni tipo a causa delle ricchezze del suo sottosuolo. Dopo l’oro, ecco arrivata l’era del “coltan”, ennesima disgrazia che incombe sulla sua esistenza. L’oro grigio è il nome di nobiltà che si dà al coltan, minerale composto da due corpi distinti, il “colombite” ed il “tantalite”. Da quest’ultimo si trae il tantalio, un eccellente conducente di elettricità, facilmente malleabile e fortemente resistente alla corrosione, molto valutato nella fabbricazione di componenti elettronici, soprattutto di condensatori. Ai nostri giorni, possiamo trovare il coltan in diversi prodotti moderni (telefoni portatili, macchine fotografiche, elaboratori, Play Stations ecc.) o in alcune macchine molto specializzate (missili, reattori d’aereo, satelliti). Per questo motivo, i congolesi usano dire che ogni essere umano detentore di un telefonino possiede, spesso ignaro, un pezzo del Congo e delle sue ricchezze. Gli esperti ci insegnano che la produzione di un condensatore richiede una quantità non trascurabile di tantalio raffinato. D’altra parte, occorrono circa 1,8 grammi di tantalio per una decina di apparecchi telefonici e circa 3,33 chili di coltan per produrre un chilo di tantalio raffinato. Generalmente si riconosce che l’Australia, la Repubblica Democratica del Congo, il Brasile, il Canada e la Nigeria siano i più grandi detentori di tantalio al mondo. Si dice che l’Africa possederebbe l’80% delle riserve mondiali e che i due Congo deterrebbero l’80% delle riserve africane. Si dice anche che il coltan della regione del Kivu deterrebbe uno dei tenori più elevati di tantalio al mondo. Cose che rimangono da confermare, ma che potrebbero spiegare gli eventi di questi ultimi anni, soprattutto ciò che succede nell’Est della RD Congo che, nel 2000, ha prodotto 130 tonnellate di tantalio, cioè l’11% della produzione mondiale. Meno del Ruanda, fornitore del 13% del mercato mondiale. Solo che, le relazioni pubblicate dall’ONU in aprile 2001 ed ottobre 2002, benché criticate per le loro lacune, accusarono l’Uganda ed il Ruanda di avere sistematicamente saccheggiato le risorse del Congo, tra cui, il coltan. Ciò significa che la maggioranza delle esportazioni ruandesi era ed è fatta del coltan congolese. Si è calcolato che alla fine dell’anno 2000, la RD Congo avrebbe guadagnato 63 milioni di dollari, il Ruanda 77,6. Il commercio del coltan avrebbe procurato a capi militari e a civili ruandesi e ugandesi risorse finanziarie enormi e avrebbe incoraggiato la prosecuzione del conflitto. Dall’altra parte, gli alleati del governo di Kinshasa (lo Zimbabwe, l’Angola e la Namibia) furono anch’essi accusati del saccheggio sistematico delle risorse del Congo con la collaborazione di lobby internazionali e di grandi compagnie aeree. Nei circuiti economici, infatti, il commercio del coltan è stato definito “nervo della guerra nell’Est del Congo”. Intrighi complicati che stimolarono l’azione di molte ONG che, preoccupatesi per il precipitare della situazione, danno l’allarme all’opinione pubblica con lo slogan seguente: “Niente sangue sul mio telefono cellulare!” Infine, non si deve dimenticare che il coltan è un metallo radioattivo contenente dell’uranio anche se in piccole quantità. Benché per il momento si ignori il pericolo che rappresentano per il respiro le radiazioni dovute alle polveri radioattive assorbite in occasione del trattamento del coltan, si sa tuttavia che la radioattività iniziale si trova quasi interamente nel residuo del minerale metallifero, dunque che inquina seriamente i corsi d’acqua. Infine, a tutte queste disgrazie si aggiungono i recenti fatti di violenza sessuale praticata sulle bambine di Goma; sono atti impuniti e incredibilmente commessi anche dalle forze che l’ONU ha, attraverso la MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies au Congo), spedito in Congo per soccorrere le popolazioni disperate. Si capisce quanta ingiustizia ed ipocrisia regnano in questo mondo. Sembra che per alcuni popoli il destino sia uno ed unico: LA SOFFERENZA! Sì, quello del popolo congolese e africano è proprio un destino crudele! Una vita vissuta in povertà, elemosinando qua e là in tutto il mondo quando, in realtà, la terra dei nostri antenati offre un’infinità di ricchezze, un’abbondanza che garantirebbe benessere e felicità a ciascuno dei suoi figli. Dio solo sa quando e come gli africani potranno finalmente beneficiare di tutte le risorse che Lui ha, misericordiosamente, donato alla loro terra, e vivere pacificamente ed amorevolmente tra di loro e con tutto il resto del mondo..."

IBS

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Il progresso, un bene autodistruttivo?

Il progresso, un bene autodistruttivo? - Issiya Longo

 

Dal primitivo all’evoluto, dall’ottuso all’intelligente, l’uomo moderno, migliore del suo antenato preistorico?

Penso al mondo primordiale, puro, senza l’uomo e le sue realizzazioni, un pianeta ancora vergine e intatto, come al principio. Penso al primo uomo, appena creato, nuovo di zecca, nudo, senza alcun oggetto sul corpo, né per la protezione, né per ornamento. Vedo un mondo leggermente simile a quello in cui vivevo solo qualche anno fa, Boende, il mio villaggio di origine situato in piena foresta equatoriale congolese. Allora Boende era una realtà autentica, tranquilla, silenziosa, essenziale, un posto dove la gente, meravigliosamente in sintonia con la natura e l’ambiente circostante, conduceva una vita modesta ma ricca di stimoli ed ispirazioni. Guardandomi attorno, vedo un mondo completamente trasformato dall’ingegno, dalle innumerevoli realizzazioni umane: oggetti immobili e in movimento derivati da materiali sottoterranei che l’uomo, grazie all’intelligenza raggiunta, ha prelevato, lavorato e trasformato. In effetti, qualsiasi cosa sotto i nostri occhi trae origine dalla terra. Niente di quello che ci circonda nasce dalla superficie della terra. Ogni cosa che ammiriamo con lo sguardo, o tocchiamo con le mani, viene dalle profondità del suolo. Molte di queste sono naturali. Molte altre invece sono il risultato del lavoro dell’uomo, materie prime recuperate dalla terra, poi successivamente lavorate, trasformate, forgiate dall’ingegno umano. Ma continuo a pensare. Vedo ancora l’uomo di oggi, moderno ed evoluto, creatura alla quale la propria nudità in pubblico è diventata un tabu, un’anomalia. La normalità, così come la bellezza, si esprime tramite oggetti da indossare, vestiti, gioielli ed accessori che lo identificano come appartenente ad uno status sociale, ad un gruppo, ad un’etnia. Ma le mie riflessioni non potevano giungere alla conclusione senza considerare un altro genere delle realizzazioni umane, quelle che, certamente, non sono un bene per la vita sulla Terra: tutte le armi e le invenzioni concepite per distruggere i propri simili, altre creature e la natura. Continuo a pensare e riflettere fino a giungere alla domanda di prima: l’uomo moderno, è riuscito nei millenni ad essere migliore del suo antenato preistorico? È riuscito ad evolvere? L’evoluzione è un bene per l’umanità o è solo autodistruzione? 

Più l’uomo acquisisce capacità inventive in un qualunque settore della vita, più crescono i rischi dell’autodistruzione della specie, inevitabile retro della medaglia. L’intelligenza è certamente un fattore positivo e benefico per il nostro genere. Ma l’intelligenza non è solo un bene, una virtù, dipende da come viene utilizzata. L’uomo intelligente può essere pericoloso, per sé stesso e per gli altri, in quanto capace di cogitare e produrre la negatività attraverso invenzioni diaboliche ed autodistruttive.  

Nelle relazioni interpersonali, trattare con persone intelligenti piuttosto che con quelle dal cervello di dimensioni ridotte non è necessariamente un bene; può rappresentare anche un pericolo. L’uomo raziocinante è imprevedibile, non manipolabile, astruso, ingestibile e perspicace, caratteristiche che non possiede il suo simile ottuso. Vivere in un mondo di creature evolute, consapevoli e intelligenti costituisce allora un problema, il rischio che queste, motivate da cattiveria ed egoismo, possano in un qualsiasi momento entrare in conflitto tra di loro. In altre parole, l’intelligenza non è una caratteristica dell’essere umano a cui attribuire una valenza esclusivamente positiva in quanto, oltre ai suoi lati positivi, utili alla vita, può rivelarsi anche autodistruttiva e pericolosa, per lo stesso uomo, e per la sopravvivenza della specie. Molti esempi della pericolosità delle grandi realizzazioni umane danno credito alle mie riflessioni. Grazie ai progressi avvenuti nel campo scientifico-tecnologico, ad esempio, siamo diventati capaci di generare la vita e, allo stesso tempo, di distruggerla. Molte persone, pur affette da gravi patologie che causano la sterilità, riescono, sfruttando particolari cure oggi possibili grazie ai progressi ed ai miracoli nel settore medico-scientifico, a generare la vita, creando una loro progenie. Tuttavia, ci sono anche casi con una dinamica contraria a quella delle procreazioni miracolose: la possibilità, sempre grazie all’evoluzione ed al progresso della scienza, di interrompere una vita in piena formazione. Ma, in assenza di cervelloni e geni vari, tutte queste situazioni sarebbero state impossibili ed inimmaginabili.  Anche nel campo militare, l’uomo ha dimostrato grandi attitudini costruendo armi superpotenti e distruttive, oggetti progettati e fabbricati, non per fronteggiare nemici di natura diversa ma, lui stesso, un altro uomo suo simile. Nella prima tappa della sua evoluzione, l’essere umano, appena diventato tale dopo aver abbandonato la precedente natura puramente animalesca e primitiva, imparò certo a costruire le armi. La differenza risiede nel fatto che, a quei tempi, quelle armi erano principalmente pensate per la caccia, quindi, per il bisogno del nutrimento e la sopravvivenza. L’iniziale intelligenza acquisita fu pertanto usata per fini legati alla sopravvivenza, tutt’altro che pericolosi per la specie e costruttivi. Fu solo dopo, mentre il suo cervello evolveva, che cominciò a cogitare anche la possibilità di eliminare il suo stesso fratello, così da potersi impossessare di ciò che l’esistenza di costui non gli concedeva. È da quel momento che cominciarono i guai del mondo, i conflitti e le guerre che continuano, ancora oggi, a dividerci, sotto vari pretesti, economici, religiosi, etnici. E, pensando ad alcune caratteristiche negative dell’uomo, tipo l’avidità, la gelosia, l’invidia e l’ipocrisia, io mi arrendo nell’impossibilità di giungere ad un mondo diverso. Un mondo veramente etico non è ipotizzabile, rimane un’utopia, un’impossibile illusione. L’unico modo per arrivarci è rifare il pianeta, assegnandogli creature di natura diversa da questi umani. Per ora, noi continuiamo ad ucciderci, querelarci,  spararci a vicenda e bombardarci, chi in nome della democrazia, chi della religione, altri per puro banditismo. Torno a pensare e a pormi delle domande: non sarebbe stato meglio che l’evoluzione si fermasse alla tappa in cui l’uomo poteva solo pensare alla caccia e, quindi, a fabbricare oggettini utili esclusivamente a simili scopi? Il suo conclamato progresso, che valore ha, se non si traduce in cose positive? Qual è il suo apporto? In ogni caso, più che una positività e, in base a tutto quanto detto e scritto in questo capitolo, io rimango del parere che la nostra evoluzione non sia una conquista solamente positiva. È molto di più, nel bene e nel male. 

Grazie allo sviluppo tecnologico, è diventato facile uccidere quantità elevate dei propri simili umani con armi e materiali moderni e sofisticati; è l’impegno che si assumono certi cervelloni sparsi qua e là sul nostro pianeta. Altri invece progettano e fabbricano macchinari pesanti per l’abbattimento di intere aree verdi e foreste, danneggiando l’ecosistema del mondo con preavvisabili conseguenze nefaste sul clima e sull’equilibrio planetario. Come sottolineato pocanzi, prima di noi i nostri antenati, poco evoluti, vivevano in un mondo non tecnologico, naturale, privo di cervelloni e dei loro grandi progetti. Le uniche loro preoccupazioni erano il cibo e la sopravvivenza. Oggigiorno la situazione è molto diversa. Messo da parte il suo lato positivo, ad esempio la semplificazione ed il miglioramento della qualità della vita, spesso e, paradossalmente, il progresso rappresenta anche una vera complicanza nell’esistenza dell’essere umano, la causa di grandi rischi, grandi preoccupazioni e grandi problemi nel cammino dell’umanità. Partendo dalla sua primordiale natura di animale puro, l’uomo si è evoluto apportando grossi cambiamenti alla sua natura ed alla sua vita. E ogni giorno, esso ha aspirazioni più ambiziose, più grandi, realizzando sistemi e programmi ultramoderni e sofisticati, intenti a facilitare la vita. Ma l’orrore risiede nella finalità negativa, l’ostinata ricerca di progettare e fabbricare strumenti e macchinari volti a complicare o a distruggere la vita dei propri simili.  

Grazie ai conseguimenti ed agli apporti della sua proclamata evoluzione, l’uomo ha perso il senso della misura, perde i veri valori della vita, sta vertiginosamente perdendo la fede. E, vivere senza un credo, non è un bene per l’umanità. La fede non è solo per un Dio imposto da una qualunque religione o pensiero filosofico; può essere di una qualsiasi natura, per una qualunque cosa; può essere un generatore di energie positive per sé stessi e per gli altri. La fede permette l’adozione di stili di vita disciplinati, regole che pongono un limite tra il bene ed il male, il giusto e lo sbagliato, nel rispetto delle differenze. Anche se esistono grossi contrasti tra le fedi, ciò che conta non sono questi, ma l’attaccamento e la persuasione del fedele a ciò in cui crede, evitando comunque di giudicare, di ostacolare o influenzare le convinzioni altrui. Il comportamento dello straniero occidentale, invasore dell’Africa, che costrinse l’africano all’abbandono delle proprie identità religiose e culturali non può che essere condannabile, ingiustificabile. Opprimere un popolo, forzandolo ad abbandonare le proprie credenze, imponendogli una fede presentata come l’unica via della salvezza, è un atto arrogante, di grande prepotenza e presunzione. Inoltre, barattare la conversione religiosa con cibo, medicinali e beni materiali è inqualificabile quando proposto a chi effettivamente è nello stato di bisogno. Nessuno possiede l’assoluta certezza di essere nel giusto, costringendo gli altri ad adottare il proprio credo, la propria cultura, è una sopraffazione inqualificabile, ingiustificabile e in grande contrasto con i valori della sacra civiltà. Quello che per me può rappresentare il massimo, per qualcun altro potrebbe non avere alcun valore. Gli spiriti degli Avi, il Dio Nzakomba e tutte le credenze dei nostri nonni avevano una ragione d’essere, un senso ed un motivo intimamente collegato con l’ambiente ed il territorio. Costringerli all’abbandono di tali credenze rientrava nella grande strategia dell’invasore, deciso a dominarli nel corpo e nello spirito, a denaturalizzarli e annientarli. E  riuscì nella missione. Oggi, tutta l’Africa nera è popolata da persone che praticano fedi straniere. Rari sono coloro che dichiarano un credo locale. Il grande inconveniente è che, per tali fedi, nell’Africa sub sahariana ci si uccide tra fratelli dello stesso paese, divisi solo dalle religioni, diverse ed opposte, che diventano pretesto e alibi per le guerre. È chiaro che le azioni del colonizzatore continuano a produrre effetti negativi anche oggi. Sarà così anche domani, e anche dopodomani, così finché in Africa si persevererà a vivere trascurando le proprie identità attuali, la propria storia, recente e remota. 

Non si può negare l’esistenza della violenza in Africa anche nel periodo precoloniale. I vari regni, infatti, riuscivano ad imporsi, a conquistare territori e popoli con violente azioni belliche. Si narra come Shaka Zulu sia stato un grande condottiere, carismatico ma anche crudele, insensibile, con un cuore di pietra. Tuttavia, prima dell’arrivo delle religioni straniere, non ci sono segnalazioni di conflitti causati dalle differenze di fede. Inizialmente, il credo dell’uomo nero africano ha avuto una valenza politeista. Il monoteismo è stato importato ed imposto, facendo leva sulle debolezze altrui. Mettendo in parallelo questi due modi di credere, si può osservare quanto diversi siano, nella sostanza e negli ideali. Il monoteismo parla di una figura centrale, il Messia, che alcuni identificano nella figura di Gesù, altri in quella di Maometto. Le due figure rappresentative di tali religioni predicano grandi principi: l’amore universale, il rispetto, il perdono, la fratellanza. Purtroppo, a causa della loro grande influenza e della potenza dei loro insegnamenti, diventano involontariamente strumento di manipolazione e causa di ostilità e conflitti tra i loro adepti, pronti a difendere le proprie ideologie lottando fino all’ultimo sangue. Non è quello che succedeva nell’Africa di spirito collettivista e di fede animista. Nella sua storia antica, nessun africano aveva mai attaccato un fratello per ragioni religiose. Oggi, per quelle religioni che, un tempo, non appartenevano al suo territorio e che non appartengono alla sua storia ancestrale, l’africano è confuso, trasformato, pronto ad uccidere il fratello che non ne condivide il credo. Perché, insieme alla religione, è stato convinto di essere arrogantemente unico detentore di verità e di dover combattere l’infedele, l’appartenete ad altre fedi. In più, per compiere gli atti di violenza premeditata, ammazzare o trucidare chi non possiede le proprie idee religiose, i violenti si servono anche delle nuove tecnologie, frutto dell’evoluzione e del modernismo. Un grande contrasto, una evidente confusione nella vita degli umani che continuano a perdere molti valori.  

In Africa, per risolvere la situazione dei conflitti religiosi e uscire dal brutto stato di miseria in cui i popoli sono sprofondati, è necessario ritrovare se stessi, recuperare quell’integrità morale persa, i veri valori morali basati sulla tolleranza e la convivenza, quella coscienza storica cancellata dai tormenti psicologici opera dell’invasore. I popoli dell’Africa nera devono fare affidamento ai valori ed agli insegnamenti degli Avi, nati e contestualizzati in modo equilibrato, alla propria coscienza storica. È tempo che si cominci il recupero di ciò che ci è stato tolto, con la frusta o con il plagio, il lavaggio del cervello, il baratto, la cosiddetta “banana”. Il ritorno verso alcuni valori positivi del passato dovrebbe essere l’obiettivo di tutti i popoli, ovunque nel mondo. Il modernismo e l’evoluzione non hanno portato solo la semplificazione della vita e il suo miglioramento; essi contribuiscono anche a distruggerla, crudelmente e velocemente con meccanismi ed oggetti tecnologici sofisticati, con prodotti e sostanze che recano gravi danni alla salute. I nostri antenati hanno certamente sofferto lo spirito poco creativo e poco inventivo che non gli ha permesso una buona difesa contro le avversità climatiche, le malattie, le dure condizioni nella pratica delle attività lavorative. Tuttavia, le loro energie erano generalmente orientate verso la ricerca di soluzioni a tali problematiche, non all’invenzione di armi micidiali pensate per ammazzare altri loro simili, né tantomeno alla fabbricazione di macchinari capaci di cambiare il volto di una foresta tropicale in pochissimi istanti, distruggendone flora e fauna a favore delle economie delle industrie moderne. Mano a mano che evolvevano, e che il loro cervello acquisiva più capacità intellettive, i nostri antenati hanno saputo instaurare rapporti molto solidi, valorizzando i legami di fratellanza e tutte le relazioni all’interno della collettività. Ma l’evoluzione ha dimostrato di essere anche un vero problema nella vita degli umani. Il progresso, solo un bene per l’umanità? Per quanto mi riguarda e, alla luce di quanto detto sopra, convinto, rispondo no. 

Itenerari (LaFeltrinelli)

Itinerari (Youcanprint)

 

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Xlestrade

I nostri amici di Xlestrade propongono alcune letture interessanti.

Vale la pena di visitare il loro sito qui

Xlestrade - Issiya Longo
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Impressionante!

Impressionante! - Issiya Longo

Vai in giro, osservi il mondo, così assoggettato dalla tecnologia: telefoni cellulari di ultimissima generazione, tablet … In ogni direzione butti l’occhio vedi come tutti, giovani e meno giovani, sono soggiogati da questi apparecchi. I rapporti umani, una volta più vivi e significativi hanno ceduto il posto alla virtualità, all’amore, alla passione, all’incantamento per gli aggeggi dell’era nostra. Guardali, tutti così ipnotizzati dalla tecnologia di ultima generazione, telefonini e tablet, che funzionano grazie anche a quel maledetto minerale, causa di tantissimi morti nel mio paese, il coltan, di cui l’estrazione ed il commercio sono l’oggetto di tante controversie.

Poi pensi alle vite tragicamente sprecate per  arrivare a tutto questo...  Pensi all’ignoranza generale, alla poca importanza che si attribuisce a questi argomenti … Pensi a tante cose, alle tragedie nel tuo paese, uno dei grandi produttori del Coltan. Pensi a chi disumanamente sfrutta i bambini nelle miniere. Pensi ai signori della guerra e … ti viene solo da piangere.

Caspita!

Quanto bene starebbero i congolesi se soltanto il commercio del COLTAN fosse stato fatto in maniera  regolare e nel rispetto di tutti i principi etici! Quanto bene starebbero i congolesi se le ricchezze del loro sottosuolo (tantissime) fossero state estratte, trattate e commercializzate in maniera giusta, così come succede nelle parti più ammirate, rispettate e rispettabili del mondo!

Con un po’ di pace e di tranquillità, con un po’ di buon governo … quanto bene staremmo, noi congolesi, a casa nostra!

In tal caso, così come lo è per i popoli più fortunati, anche per noi l’allontanamento dai nostri cari avrebbe motivazioni diverse. I nostri viaggi avrebbero un altro sapore; si tradurrebbero, forse, con il semplice bisogno di soddisfare la curiosità, di visitare mondi lontani!

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Superstizioni

Superstizioni - Issiya Longo

DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI

"... Thierry era informato su tutto. Sapeva che a Boteka non avrebbe trovato la corrente elettrica, così come l’acqua del rubinetto, il farmacista o il panettiere del quartiere. Gli fu detto anche che i gabinetti sono fuori, dietro la concessione alle porte della foresta e che, anche la notte, è lì che tutti si recano per soddisfare i bisogni fisiologici. Per complicargli maggiormente la vita, gli raccontarono una storia ben nota in Congo, una superstizione del nostro paese e dei nostri villaggi: si dice infatti che, in una famiglia con almeno un componente albino, sia strettamente raccomandato di svegliare quest’ultimo la notte, prima di uscire per recarsi al gabinetto. Trasgredire a questa regola può rivelarsi un grande errore; il malcapitato rischia d’incontrare la copia del parente albino fuori mentre vigila sulla famiglia. Esageratamente superstiziosi, i congolesi attribuiscono alle persone albine una serie di poteri magici, molti dei quali sarebbero favorevoli alla stessa famiglia. Ma, perché questo sia valido, è d’obbligo il massimo rispetto di alcune regole, pena una serie di disgrazie in famiglia. Incontrare la copia del parente albino fuori dalla casa, la notte, è un fatto molto pericoloso, capace, addirittura, di compromettere la vita del familiare imprudente. Lo sanno tutti, anche quelli che non hanno parenti albini. E nessuno oserebbe mai trasgredire ..."

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DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI

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Cosa andrebbe a cercare un occidentale in Africa?

Cosa andrebbe a cercare un occidentale in Africa? - Issiya Longo

DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI 

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Nell’ottica della migrazione legata al commercio, parlerei di quei milioni di persone appartenenti a svariati paesi, spesso detti “in via di sviluppo” (dall’India alla Cina passando per alcuni paesi arabi), che si spostano verso l’Occidente, l’Africa e ovunque nel mondo, operando nel settore commerciale con attività piccole ma, in alcuni casi, anche grandi. In Congo, fra gli immigrati che fanno parte di questa categoria, ci sono: grandi comunità indiane, cinesi, arabe e, soprattutto, libanesi che, oltre al commercio, operano anche nel settore delle miniere, classificandosi fra i più grandi rivenditori di diamanti, oro, cassiterite (minerale biossido di stagno estratto soprattutto da depositi alluvionali), etc. Ricordo quando, ancora vivo e per motivi che solo lui sapeva, il dittatore Mobutu diede l’esclusiva del commercio del diamante agli espatriati libanesi. Nelle città diamantifere tali Kisangani e Mbuji-Mayi, così anche nella capitale Kinshasa e in altri piccoli centri urbani, si affermarono tanti negozianti del minerale, essenzialmente libanesi, i quali però, grazie alla protezione presidenziale assicurata, si comportavano con sufficienza nei confronti degli autoctoni. A loro fu garantito il servizio della guardia speciale presidenziale, militari conosciuti per l’ineguagliabile brutalità manifesta e la qualità della formazione militare ricevuta. Viziati dal presidente e accecati dal guadagno facile, per molti cittadini libanesi il Congo era diventato l’El Dorado, un paese dove fare fortuna, esagerare in alcune azioni (la prostituzione fatta su ragazze anche di buone famiglie, studentesse, liceali e altro), tutto in un’impunità mostruosa. Storie che, ne sono certo, non piacciono a nessuno, neanche a voi, i miei lettori. Tuttavia, anche questo è un tipo d’immigrazione generalmente sconosciuto nei paesi occidentali nei quali si ha piuttosto l’impressione di subire da soli il fenomeno migratorio, i suoi lati negativi, i suoi eccessi; e che i paesi classificati poveri non sono toccati dal fatto perché, come ben molti pensano, nel mondo la migrazione umana è tutta orientata solo verso l’Occidente, il posto più ambito del pianeta. Infatti, in alcune circostanze succede che qualcuno mi chieda: “Ma cosa può andare a fare uno in Congo? Che lavori ci sono lì? Come si vive in Congo?” Sinceramente non so nemmeno io cosa andrebbe a fare un occidentale in Congo, un paese con milioni e milioni di disoccupati e tanti problemi. Non so come potrebbe sentirsi, catapultato dall’Occidente a questa realtà a lui decisamente diversa, insolita, in cui le condizioni esistenziali sono davvero difficili, e la qualità della vita pessima. So però che quel paese ha tantissime risorse che tutto il mondo gli invidia e che, paradossalmente ed inevitabilmente, sono la causa principale dei suoi problemi più gravi: guerre, povertà, estrema miseria. Considerando le sue ricchezze e i suoi problemi, questo Stato dell’Africa centrale attira diplomatici, volontari di numerose ONG diffuse in tutto il suo territorio, uomini d’Affari, cooperanti, funzionari e militari dell’ONU e tante altre categorie di persone, tutti immigranti con i propri compiti, le proprie missioni. Il loro arrivo in questo paese, fuori lasciando gli obiettivi e le intenzioni di ognuno, implica una convivenza con gli autoctoni, uno scambio di cose, di beni e culture, di servizi. È dunque imperativo che le due parti s’impegnino a favorire una coabitazione civile, di rispetto reciproco e comprensione. Questo vale per il Congo e per tutto il mondo....

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La Donna

DESTINI II - Angel Mimiafo (Abominazione)

"Durante la mia vita, dall’Africa all’Occidente, analizzando attentamente la quotidianità, i sacrifici, il ruolo, gli impegni e le grandi abilità della donna, sono obiettivamente portato a riconoscere nel sesso femminile un certo margine di superiorità, in diversi ambiti, rispetto all’uomo. È una personalissima opinione, un’affermazione alla quale giungo ricordando gli sforzi, i sacrifici, la bravura, la pazienza e tante altre virtù delle donne del mio continente di nascita, l’Africa, e osservando con altrettanta attenzione le donne occidentali, capaci di liberare una certa energia moltiplicando quotidianamente le proprie responsabilità e personalità per ricoprire diversi ruoli e condurre le loro famiglie." 

...

La Donna - Issiya Longo
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Il canto di Mimiafo

“Poenarrando”, non solo poesia!

La “poenarrazione” è un momento in cui s’intrecciano storie, canzoni, poesie, ricordi, immagini che attingo dal formidabile pozzo ricco di informazioni, l’infanzia trascorsa a Boende, coccolato ed educato da persone straordinarie, la colonna portante della nostra cultura, gli anziani dei nostri villaggi!

Angel Mimiafo, il personaggio chiave del racconto ABOMINAZIONE contenuto nel libro DESTINI II, è una donna con un’infanzia controversa, segnata da una sessualità molto esuberante. Lei, il disonore della famiglia. Mimiafo fu allontanata da tutti, anche dalla sua stessa famiglia, da suo padre. In questo testo (“Il canto di Mimiafo”), implora il perdono di suo padre, chiede di essere riammessa nella famiglia…

“Appena sbarcata a Mpamà a notte fonda, terribilmente buia e inquietante per i non “habitués”, Mimi si piazzò dietro la corte familiare. Aveva pianificato di trascorrere l’intera nottata lì, dietro casa, supplicando il padre con il “canto del perdono”, una melodia particolarmente melanconica che compose con l’intento di toccare la sua sensibilità:

“Fafà”,

so di non essere degna della figura paterna che sei,

quello che hai sempre rappresentato ai miei occhi.

Tu, grande uomo;

un grandissimo padre.

So anche di non meritare gli sforzi fisici che,

insieme alla mamma,

inutilmente spendeste,

per vomitare al mondo una creatura tanto abominevole,

io, il vostro disonore,

la vostra croce,

immensa, pesante.

So soprattutto di non essere degna della vita.

Io non merito il mondo.

Non merito questa famiglia,

questo villaggio,

questo popolo.

Io non dovevo proprio nascere.

Ma, essendo il mondo un pianeta tanto generoso,

esso non fa alcuna selezione di ciò che riceve.

La terra non rifiuta mai nessuno.

Come una partoriente accoglie il figlio che nasce,

la terra accoglie ogni cosa,

ogni creatura,

indipendentemente dalla sua natura,

bella o brutta,

buona o cattiva.

Ti prego, padre.

Ti supplico di riaccogliermi nella nostra famiglia,

di accettare le suppliche di tua figlia.

Lungo la mia strada,

guardo avanti,

guardo dietro,

guardo a destra e poi a sinistra.

Non vedo niente,

solo l’oscurità.

Un buio totale,

che mi spaventa,

che appesantisce i miei passi.

Attorno a me,

nessun segno di vita.

Nessuna speranza.

Non c’è nessuno che ascolti la mia voce,

che mi accetti e sostenga.

Totalmente abbandonata,

solo la strada sopporta ancora il peso dei miei peccati.

Solo lei mi sostiene,

mi accetta.

Lei, il vero rifugio di tutti i disperati:

la strada è la dimora dei bambini abbandonati,

la casa dei poveri e degli esclusi.

La strada non rifiuta mai nessuno.

Tuttavia,

se continuerai a rifiutarmi,

temo che non reggerò più a lungo.

Non permettere che il dolore si porti via la vita che hai generato,

padre.

Tu mi hai procreata.

Proteggimi, ti prego,

per sempre.

Amami e sopporta i miei difetti,

ti prego.

Cosa devo fare per avere il tuo perdono?

A quale prezzo,

caro padre, devo pagare i miei errori?

Devo, forse,

con le mie lacrime,

pulire il tuo cuore ferito,

insanguinato?

Devo,

come hai sempre desiderato,

sposare Enganyà,

il più grande cacciatore del villaggio,

per rimediare al disonore?

Ascoltami, padre.

Ascolta il pianto straziante di tua figlia.

Ascolta i gemiti della tua bambina,

stanca, abbattuta,

sfinita!

Domani mattina,

se vorrai,

vedrai quante lacrime ho versato questa notte,

implorando il tuo perdono.

Ho un vaso dove raccogliere,

goccia dopo goccia,

l’amaro pianto di questa triste notte.

Dimentica i miei peccati, padre.

Salvami dalla sofferenza dell’abbandono.

Riaccettami tra i tuoi figli.

Io non ti deluderò più!

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Non esiste una lingua chiamata "africano"

Ho deciso di scrivere storie anche quando, dopo un po’ di tempo trascorso in Italia, mi sono reso conto della carenza di informazioni sull’Africa dimostrata da tantissime persone. Infatti, ho dovuto spesso rispondere a domande a dir poco imbarazzanti che, per qualcuno, rischiavano di essere comprese come pura e semplice provocazione. Invece ho sempre usato la capacità di capire il prossimo, aiutarlo a risolvere il problemino (in questo caso dare informazioni sulla mia terra di origine). Invece di arrabbiarsi, io scelgo di pensare positivo, parlare, scambiare, informare e informarmi. Tuttavia, 16 anni dopo il mio arrivo in Italia, mi trovo in difficoltà a dover ancora spiegare che non esiste una lingua chiamata “AFRICANO”, così come non esiste “L’EUROPEO” come idioma. Anche oggi la scena si è ripetuta, una domanda che speravo non mi capitasse mai più:

“Mi dici qualcosa in africano?”

Proprio per evitare questo tipo di situazione, decisi di spiegare la questione linguistica del Congo, il paese africano che conosco meglio, il mio. Scrissi ciò che segue:

"Dal Congo in Italia come in un sogno"

... "Per quanto riguarda le lingue, infatti, il Congo è un mosaico di centinaia di tribù con una moltitudine di dialetti. Ogni tribù possiede il proprio, spesso molto diverso da quello delle altre. Per facilitare il contatto e la comunicazione tra le sue tribù, il paese, oltre ai suoi dialetti, gode anche di 4 lingue definite “nazionali”: il lingala, il kiswahili, il tshiluba ed il kikongo. Grazie a queste, lo stato è suddiviso in 4 regioni o fasce linguistiche: la prima situata all’Ovest, quella dove si trova la capitale e nella quale si parla il lingala a dispetto della tribù e del dialetto. La seconda, all’Est, è la fascia del kiswahili, poi quella del kikongo nelle zone del Basso Congo e del Bandundu, e in ultimo la regione del tshiluba, nel sud del paese. In ciascuna di queste zone o regioni linguistiche, nelle frazioni tribali si parlano i dialetti ma, grazie alla lingua nazionale della regione, tutti gli abitanti possono comunicare e scambiarsi informazioni. Senza queste lingue le tribù non avrebbero potuto comunicare fra loro e avere vari scambi commerciali o culturali. La lingua ufficiale del Congo è il francese, importato dal colonialismo, parlato a livello nazionale e insegnato in tutte le scuole primarie, medie, superiori e all’università. La lingua francese però è parlata solo da chi ha avuto accesso all’istruzione. Siccome questo è possibile soltanto in presenza di una situazione economica favorevole e, visto che una parte considerevole della popolazione congolese non gode di questo privilegio, il risultato è che il numero di coloro che parlano e capiscono la prestigiosa lingua di Molière è molto stretto. I genitori privilegiati ed istruiti parlano ai propri figli in francese per prepararli alla sfida che li aspetta sui banchi di scuola dove questa lingua è d’obbligo. Le lingue nazionali invece s’imparano in famiglia, nel proprio quartiere e in più, il sistema nazionale d’istruzione prevede il loro insegnamento nelle scuole elementari. Questa situazione può sembrare complicata ad un estraneo ma gli abitanti del Congo si sono abituati e non sembrano mostrare insormontabili difficoltà."

...

                                              Carta delle lingue congolesi

Non esiste una lingua chiamata "africano" - Issiya Longo
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Ricchezza -Povertà - Ipocrisia

Ricchezza -Povertà - Ipocrisia - Issiya Longo

Per quanto mi riguarda, in questa difficile e delicatissima funzione di padre e genitore immigrato, ai miei figli cerco di trasmettere tutto ciò che colgo di positivo dalle mie tradizioni di origine, incoraggiandone l’integrazione con i buoni insegnamenti del loro paese di nascita. A loro chiedo sempre di non dimenticare mai entrambe le origini, africane ed europee, congolesi ed italiane, di considerarle ed amarle nello stesso modo perché, che lo si accetti o no, loro sono totalmente frutto di esse. Questo è, secondo me, ciò che deve fare un genitore immigrato nei confronti della propria discendenza in questo mondo, spaventosamente tormentato dalla spinosa questione dell’immigrazione e vergognosamente diviso in due blocchi, ricco da un lato e povero dall’altro; un pianeta dove, più di qualsiasi altra cosa, prevalgono gli interessi, le ricchezze, le materie prime e tutto ciò che può generare beneficio. Tutto il resto, l’amore universale, l’equanimità, la solidarietà, la compassione, la fratellanza, contano fino ad un certo punto, oltre il quale l’uomo esterna la sua vera natura, smascherandosi dalla demagogia, dalla falsità e dall’ipocrisia.

Tratto da DESTINI: Figli d'immigranti 

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I libri di issiya

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Preoccupazioni

Preoccupazioni - Issiya Longo

(DAL CONGO IN ITALIA COME IN UN SOGNO - Tra poco anche la versione ebook)

Preoccupazioni 

L’ultimo viaggio in Congo mi portò a scoperte assai sconvolgenti, situazioni di sfruttamento delle popolazioni rurali e delle loro terre, tragicamente spogliate da multinazionali straniere prive di ogni rispetto per la natura e per l’ecosistema del nostro pianeta.

La regione forestale dell’Equatore costituisce una ricca riserva naturale di vari ed importanti tipi di alberi che, ovviamente, attirano l’attenzione di grandi compagnie che operano nel settore del legname. I vari IFO: “albero conosciuto nei villaggi per le sue capacità di generare il fuoco”; ISSIYA: “albero dal quale si estrae una polvere rossa necessaria per le decorazioni del corpo durante alcuni eventi tipici del villaggio quali: il matrimonio, la nascita, la morte (la parola Issiya, che rappresenta il mio cognome, in italiano può descrivere anche una figura professionale, quella del fabbro)”, BOKONGE: “legno nero, Ebano”, sono esempi di alberi preziosi di quella foresta che, purtroppo, scompaiono alla velocità della luce. A Kinshasa dal mese di giugno 2008 per l’ultimo saluto al nostro defunto padre, mio cugino Papy, felice di vedermi per la prima volta in vita sua, era solito descrivermi le realtà del nostro villaggio dove è nato e vive tuttora. Il suo rammarico per la rapida distruzione della foresta è indescrivibile. Ma a rendere più inaccettabile la situazione è il comportamento vergognoso e disumano di chi sfrutta questi posti. Grazie a materiali pesanti, si abbattono ettari di foreste ed alberi di ogni dimensione e in tempi record. Si assiste allora a scene spaventose di trasformazione ambientale. Si racconta che vi siano situazioni in cui nell’arco della stessa giornata la natura cambi totalmente, dalla foresta fitta della sera precedente al vuoto totale. Ma in tutto ciò è triste constatare come le multinazionali, per effettuare queste pratiche distruttive, comprano le popolazioni a prezzi ridicoli. La distruzione della foresta avviene al prezzo di una bicicletta consegnata al capo villaggio, un sacco di sale da 25 kilogrammi e delle magliette al resto della popolazione. Atti inaccettabili di sfruttamento senza pietà. Un puro e semplice disastro ecologico. Stanno saccheggiando questa foresta a ritmi vertiginosi, comportamenti che richiedono l’intervento delle organizzazioni che lottano per la conservazione ambientale. L’idea dell’associazione UNDUGU era nata anche per contrastare azioni di questo tipo. Vorrei invitare uomini di buona volontà ad unirsi a questa, con due obiettivi importanti:

Spiegare alle popolazioni rurali del Congo i problemi e le difficoltà delle città, sensibilizzarle sull’importanza della conservazione dell’ambiente ed aiutarle a difenderlo.

Poi, aiutare, incoraggiare ed accompagnare coloro che desiderano tornare nei villaggi per contribuire al loro sviluppo, base indiscutibile dell’eventuale progresso del nostro paese.

I villaggi congolesi si sono svuotati dei loro occupanti trasferitisi in città che, per questo, conosce una sovrappopolazione insostenibile ed un’estrema povertà. L’esodo rurale verso Kinshasa è all’origine di molti problemi di cui il più evidente rimane il degrado della città. Le masse di persone giunte dalla parte rurale del paese, senza lavoro, senza formazione e senza alcuna assistenza, circolano disperatamente provocando problemi che si sommano a quelli già esistenti. Kinshasa non possiede strutture in grado di ospitare grandi quantità di persone giunte da ogni parte, insufficienza che inevitabilmente provoca i seguenti fenomeni:

L’ampliamento selvaggio della città con nuovi quartieri, alcuni in zone a rischio a causa delle difficili condizioni ambientali.

Il disastro dei trasporti. A qualsiasi ora una marea di persone si riversa in ogni angolo di Kinshasa in cerca di un mezzo di trasporto. Anche se lo spirito coraggioso dei congolesi e la loro capacità di arrangiarsi permettono soluzioni inimmaginabili, la quantità di automobili che circolano per la città rimane nettamente inferiore ai bisogni della popolazione. I tanti rottami recuperati qua e là, sistemati e messi in circolazione non bastano a risolvere il problema dello spostamento. Sono pericolosi ed altamente inquinanti. Succede spesso di aspettare un taxi, un autobus per diverse ore, non perché manchino, ma perché quelli che passano sono sempre pieni. Le difficoltà degli spostamenti nella capitale congolese sono un problema reale che richiede grandi soluzioni.

A questi due fenomeni si aggiungono la disoccupazione, molto sentita nella maggioranza dei Kinois, e l’assenza d’igiene in tutta la città. Kinshasa, altri tempi chiamata “La belle” è diventata “La poubelle (la pattumiera)”. La nostra amata capitale ha perso le sue vecchie caratteristiche di grande città, grande capitale. Per tutto questo è importante che coloro che giungono qui dai villaggi, senza lavoro, senza abitazione, senza progetti, facciano ritorno ai luoghi di provenienza. Ho parlato con diverse persone pentite della decisione di lasciare i villaggi e pronte a farci un ritorno anche immediato. Le sofferenze della disoccupazione a Kinshasa sono davvero insostenibili. È indispensabile riportare le persone ai loro villaggi, accompagnarle in questa impresa ed aiutarle ad organizzare la loro vita lì.

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Incontro a Cisliano 05/2013: IL COLTAN E LA MORTE IN CONGO

Report - Il Congo e i nostri apparecchi elettronici

   part2: http://www.youtube.com/watch?v=BGE9oYaMvk4

   part3: http://www.youtube.com/watch?v=B00sgfiTTm8

   part4: http://www.youtube.com/watch?v=8L1cWtEjgjs

   part5: http://www.youtube.com/watch?v=XRpawlqLlB8

 

Dal libro "DAL CONGO IN ITALIA COME IN UN SOGNO" (Ed La Riflessione - 2009):

Dopo l’oro ecco arrivata l’era del “coltan”, ennesima disgrazia che incombe sulla vita dei congolesi. L’oro grigio è il nome di nobiltà che si dà al coltan, minerale composto da due corpi distinti, il “colombite” ed il “tantalite”. Da quest'ultimo si trae il tantalio, un eccellente conducente di elettricità, facilmente malleabile e fortemente resistente alla corrosione, molto valutato nella fabbricazione di componenti elettronici, soprattutto di condensatori. Ai nostri giorni, possiamo trovare il coltan in diversi prodotti moderni (telefoni portatili, macchine fotografiche, elaboratori, Play Stations ecc.) o in alcune macchine molto specializzate (missili, reattori d'aereo, satelliti). Per questo motivo i congolesi usano dire che ogni essere umano detentore di un telefonino possiede, spesso ignaro, un pezzo del Congo e delle sue ricchezze. Gli esperti ci insegnano che la produzione di un condensatore richiede una quantità non trascurabile di tantalio raffinato. D’altra parte, occorrono più o meno 1,8 grammi di tantalio per una decina di apparecchi telefonici e circa 3,33 chili di coltan per produrre un chilo di tantalio raffinato. Generalmente si riconosce che l'Australia, la Repubblica Democratica del Congo, il Brasile, il Canada e la Nigeria siano i più grandi detentori di tantalio al mondo. Si dice che l'Africa possederebbe l’80% delle riserve mondiali e che i due Congo deterrebbero l’80% delle riserve africane. Si dice anche che il coltan della regione del Kivu deterrebbe uno dei tenori più elevati di tantalio al mondo. Cose che rimangono da confermare, ma che potrebbero spiegare gli eventi di questi ultimi anni, soprattutto ciò che succede nell'Est della RD Congo che, nel 2000, ha prodotto 130 tonnellate di tantalio, cioè l’11% della produzione mondiale. Meno del Ruanda, fornitore del 13% del mercato mondiale. Solo che, le relazioni pubblicate dall'ONU in aprile 2001 ed ottobre 2002, benché criticate per le loro lacune, accusarono l'Uganda ed il Ruanda di avere sistematicamente saccheggiato le risorse del Congo, tra cui, il coltan. Ciò significa che la maggioranza delle esportazioni ruandesi era ed è fatta del coltan congolese. Si è calcolato che alla fine dell'anno 2000, la RD Congo avrebbe guadagnato 63 milioni di dollari, il Ruanda 77,6 milioni. Il commercio del coltan avrebbe procurato a capi militari e a civili ruandesi ed ugandesi risorse finanziarie enormi ed avrebbe incoraggiato la prosecuzione del conflitto. Dall’altra parte, gli alleati del governo di Kinshasa (lo Zimbabwe, l’Angola e la Namibia) furono anch’essi accusati del saccheggio sistematico delle risorse del Congo con la collaborazione di lobby internazionali e di grandi compagnie aeree. Nei circuiti economici, infatti, il commercio del coltan è stato definito “nervo della guerra nell'Est del Congo”. Intrighi complicati che stimolarono l'azione di molte ONG che, preoccupatosi per il precipitare della situazione, danno l'allarme all'opinione pubblica con lo slogan seguente: “niente sangue sul mio telefono cellulare!” Infine, non si deve dimenticare che il coltan è un metallo radioattivo contenente dell’uranio anche se in piccole quantità. Benché per il momento si ignori il pericolo che rappresentano per il respiro le radiazioni dovute alle polveri radioattive assorbite in occasione del trattamento del coltan, si sa tuttavia che la radioattività iniziale si trova quasi interamente nel residuo del minerale metallifero, dunque che inquina seriamente i corsi d'acqua. Infine, a tutte queste disgrazie si aggiungono i recenti fatti di violenza sessuale praticata sulle bambine di Goma; sono atti impuniti e incredibilmente commessi anche dalle forze che l’ONU ha, attraverso la MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies au Congo), spedito in Congo per soccorrere le popolazioni disperate. Si capisce quanta ingiustizia ed ipocrisia regnano in questo mondo. Sembra che per alcuni popoli il destino sia uno ed unico: LA SOFFERENZA! Sì, quello del popolo congolese ed africano è proprio un destino crudele! Una vita vissuta in povertà, elemosinando qua e là in tutto il mondo quando, in realtà, la terra dei nostri antenati offre un’infinità di ricchezze, un’abbondanza che garantirebbe benessere e felicità a ciascuno dei suoi figli. Dio solo sa quando e come gli africani potranno finalmente beneficiare di tutte le risorse che Lui ha, misericordiosamente, donato alla loro terra, e vivere pacificamente ed amorevolmente tra di loro e con tutto il resto del mondo.

Incontro a Cisliano 05/2013: IL COLTAN E LA MORTE IN CONGO - Issiya Longo
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Bambini di strada (Shege Phaseur)

Bambini di strada (Shege Phaseur) - Issiya Longo

Padre Giovanni Pross

Quando lo conobbi, Padre Pross era un giovane prete, semplice, profondamente sensibile e straordinariamente coraggioso. Mi raccontò di essersi stabilito a Kisangani verso la fine degli anni 80 dove fu accolto da tanti altri missionari. Kisangani, una delle più belle e prospere città del Congo all’epoca della colonizzazione belga, era trasformata, come tutto il resto del paese, considerevolmente impoverita a causa della mala gestione delle nuove autorità: i padri dell’indipendenza. Inizialmente proprietà privata del re Léopold II (1892), il Congo fu una colonia belga dal 1904 al 1960; dopo la tavola rotonda avvenuta a Bruxelles tra il 20.01 e il 20.02 dello stesso anno, divenne un paese indipendente con un presidente sovrano, Jeseph Kasa-Vubu e un primo ministro, Patrice Emery Lumumba. Il 24.11.1965, con un colpo di stato, il generale Mobutu s’impossessò del potere, dando via ad un regime dittatoriale e sanguinario. Passando 32 anni a capo dello Stato, il dittatore ha portato il paese ad una povertà estrema, facendo, addirittura, rimpiangere l’epoca coloniale: lo Zaire, un paese grande e ricco, con abitanti poveri. Quando Padre Pross arrivò, trovò una situazione politico-economica critica. I conflitti nascenti tra i politici al potere e gli insoddisfatti del regime affondarono il paese in una crisi senza precedenti. A Kisangani, come nel resto del territorio congolese, si respirava l’aria di un forte degrado sociale, una crisi per alcuni versi peggiore della frusta del colonizzatore. L’inesistenza dello Stato che ai cittadini non garantiva alcun servizio, generò vari mali sociali di cui la corruzione, l’ingiustizia, la perdita dei valori, familiari e comunitari. Da qui il verificarsi di situazioni drammatiche tali: l’aumento della prostituzione e l’introduzione di quella minorile, il banditismo per le strade delle città e, soprattutto, il fenomeno dei bambini di strada, largamente diffuso in tutto il paese. A Kisangani questi giovani erano identificati con il nome “Phaseurs” che trae origini dal termine congolese “phaser”, “faser”... continua

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Il progresso, un bene autodistruttivo?

Il progresso, un bene autodistruttivo? - Issiya Longo

Dal primitivo all’evoluto, dall’ottuso all’intelligente, l’uomo moderno è forse migliore del suo antenato preistorico?

Penso al mondo primordiale, puro, senza l’uomo e le sue realizzazioni, un pianeta ancora vergine e intatto, come al principio. Penso al primo uomo, appena creato, nuovo di zecca, nudo,  senza  alcun  oggetto  sul  corpo,  né  per  la protezione, né per ornamento. Vedo un mondo lievemente simile a quello in cui vivevo solo qualche anno fa, Boende, il mio villaggio di origine situato in piena foresta equatoriale congolese. Allora Boende era una realtà autentica, tranquilla, silenziosa, essenziale, un posto dove la gente, meravigliosamente in sintonia con la natura e l’ambiente circostante, conduceva una vita modesta ma ricca di stimoli ed ispirazioni. Guardandomi attorno, vedo un mondo completamente trasformato dall’ingegno e dalle numerose realizzazioni umane: oggetti immobili e in movimento   derivati   da   materiali   sotterranei   che l’uomo, grazie all’intelligenza che ha raggiunto, ha prelevato, lavorato e trasformato. In effetti, qualsiasi cosa sotto i nostri occhi trae la sua origine dalla terra. Niente di quello che ci circonda nasce dalla superficie della terra. Ogni cosa che ammiriamo con lo sguardo, o tocchiamo con le mani, viene dalle profondità del suolo. Molte di queste sono naturali. Molte altre invece sono il risultato del lavoro dell’uomo, materie prime recuperate dalla terra, poi lavorate, trasformate, forgiate dall’ingegno umano. Continuo a pensare. Vedo ancora l’uomo di oggi, moderno ed evoluto, creatura alla quale la propria nudità in pubblico è diventata un tabù, un’anomalia. La normalità, così come la bellezza, si esprime tramite oggetti da indossare, vestiti, gioielli e accessori che lo identificano come appartenente ad uno status sociale, ad un gruppo, ad un’etnia. Ma le mie riflessioni non potevano terminarsi senza considerare un altro tipo di realizzazioni umane, quelle che, certamente, non sono un bene per la vita sulla Terra: tutte le armi e le invenzioni concepite per distruggere i propri simili, altre creature e la natura. Continuo a pensare e riflettere fino a giungere alla domanda di prima: l’uomo moderno, è riuscito nei millenni a essere migliore del suo antenato preistorico? È  riuscito a  evolversi?  L’evoluzione  è  un bene per l’umanità o può condurre all’autodistruzione?

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Lufua Lwa Nkadi - DESTINI II

Lufua Lwa Nkadi - DESTINI II - Issiya Longo

"Per sua fortuna, la corsa disperata senza meta lo condusse a un ruscello della foresta, quasi invisibile perché completamente coperto da una vegetazione galleggiante simile a un prato. Nkadi sprofondò improvvisamente in acqua senza rendersene conto. Allora, s’immerse fino a sparire completamente sotto l’erba e sott’acqua. Fu una soluzione geniale che gli permise di seminare le sue inseguitrici..."

DESTINI II: Lufua Lwa Nkadi 

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Il Coltan, il cellulare, l'ONU e i tanti morti congolesi

Il Coltan, il cellulare, l'ONU e i tanti morti congolesi - Issiya Longo

"...Oggi, nel lontano 2008 vedere, dalla lontana Italia, le immagini di altri disordini ed uccisioni nel Kivu è come gettare sale sulla mia ferita. Che destino quest’Africa! Il popolo del Kivu in particolare, quello dell’intero Congo in genere, è chiamato a subire violenze di ogni tipo a causa delle ricchezze del suo sottosuolo. Dopo l’oro, ecco arrivata l’era del “coltan”, ennesima disgrazia che incombe sulla sua esistenza. L’oro grigio è il nome di nobiltà che si dà al coltan, minerale composto da due corpi distinti, il “colombite” ed il “tantalite”. Da quest’ultimo si trae il tantalio, un eccellente conducente di elettricità, facilmente malleabile e fortemente resistente alla corrosione, molto valutato nella fabbricazione di componenti elettronici, soprattutto di condensatori. Ai nostri giorni, possiamo trovare il coltan in diversi prodotti moderni (telefoni portatili, macchine fotografiche, elaboratori, Play Stations ecc.) o in alcune macchine molto specializzate (missili, reattori d’aereo, satelliti). Per questo motivo, i congolesi usano dire che ogni essere umano detentore di un telefonino possiede, spesso ignaro, un pezzo del Congo e delle sue ricchezze. Gli esperti ci insegnano che la produzione di un condensatore richiede una quantità non trascurabile di tantalio raffinato. D’altra parte, occorrono circa 1,8 grammi di tantalio per una decina di apparecchi telefonici e circa 3,33 chili di coltan per produrre un chilo di tantalio raffinato. Generalmente si riconosce che l’Australia, la Repubblica Democratica del Congo, il Brasile, il Canada e la Nigeria siano i più grandi detentori di tantalio al mondo. Si dice che l’Africa possederebbe l’80% delle riserve mondiali e che i due Congo deterrebbero l’80% delle riserve africane. Si dice anche che il coltan della regione del Kivu deterrebbe uno dei tenori più elevati di tantalio al mondo. Cose che rimangono da confermare, ma che potrebbero spiegare gli eventi di questi ultimi anni, soprattutto ciò che succede nell’Est della RD Congo che, nel 2000, ha prodotto 130 tonnellate di tantalio, cioè l’11% della produzione mondiale. Meno del Ruanda, fornitore del 13% del mercato mondiale. Solo che, le relazioni pubblicate dall’ONU in aprile 2001 ed ottobre 2002, benché criticate per le loro lacune, accusarono l’Uganda ed il Ruanda di avere sistematicamente saccheggiato le risorse del Congo, tra cui, il coltan. Ciò significa che la maggioranza delle esportazioni ruandesi era ed è fatta del coltan congolese. Si è calcolato che alla fine dell’anno 2000, la RD Congo avrebbe guadagnato 63 milioni di dollari, il Ruanda 77,6. Il commercio del coltan avrebbe procurato a capi militari e a civili ruandesi e ugandesi risorse finanziarie enormi e avrebbe incoraggiato la prosecuzione del conflitto. Dall’altra parte, gli alleati del governo di Kinshasa (lo Zimbabwe, l’Angola e la Namibia) furono anch’essi accusati del saccheggio sistematico delle risorse del Congo con la collaborazione di lobby internazionali e di grandi compagnie aeree. Nei circuiti economici, infatti, il commercio del coltan è stato definito “nervo della guerra nell’Est del Congo”. Intrighi complicati che stimolarono l’azione di molte ONG che, preoccupatesi per il precipitare della situazione, danno l’allarme all’opinione pubblica con lo slogan seguente: “Niente sangue sul mio telefono cellulare!” Infine, non si deve dimenticare che il coltan è un metallo radioattivo contenente dell’uranio anche se in piccole quantità. Benché per il momento si ignori il pericolo che rappresentano per il respiro le radiazioni dovute alle polveri radioattive assorbite in occasione del trattamento del coltan, si sa tuttavia che la radioattività iniziale si trova quasi interamente nel residuo del minerale metallifero, dunque che inquina seriamente i corsi d’acqua. Infine, a tutte queste disgrazie si aggiungono i recenti fatti di violenza sessuale praticata sulle bambine di Goma; sono atti impuniti e incredibilmente commessi anche dalle forze che l’ONU ha, attraverso la MONUC (Mission de l’Organisation des Nations Unies au Congo), spedito in Congo per soccorrere le popolazioni disperate. Si capisce quanta ingiustizia ed ipocrisia regnano in questo mondo. Sembra che per alcuni popoli il destino sia uno ed unico: LA SOFFERENZA! Sì, quello del popolo congolese e africano è proprio un destino crudele! Una vita vissuta in povertà, elemosinando qua e là in tutto il mondo quando, in realtà, la terra dei nostri antenati offre un’infinità di ricchezze, un’abbondanza che garantirebbe benessere e felicità a ciascuno dei suoi figli. Dio solo sa quando e come gli africani potranno finalmente beneficiare di tutte le risorse che Lui ha, misericordiosamente, donato alla loro terra, e vivere pacificamente ed amorevolmente tra di loro e con tutto il resto del mondo... "

"Dal Congo in Italia come in un sogno"

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Morire ricco o morire povero?

Morire ricco o morire povero? - Issiya Longo

Koko Ilumbe (nonno Ilumbe) era uno dei pochi anziani di Mpamà affetto da una malattia rara, il sindrome del “vedere solo cose e fatti negativi”. Per questo, nessuno lo avvicinava, pena dover ascoltare storie tristi, pesanti ed angoscianti. E lui sembrava farlo di proposito, provocare e spaventare, soprattutto i più piccoli a cui presentava il mondo come un inferno, il purgatorio dal quale allontanarsi appena possibile. La sua negatività era tale che, se non trovava nessuno a cui esternare le consuete insanie mentali, perseveranti ed angoscianti, procedeva all’autolesionismo, frustandosi dal capo ai piedi con un bastoncino di bambù. Sul suo corpo tanti i segni di percosse auto-inflitte, una reazione nervosa, testimonianza del grande disagio che da sempre tormentava la sua anima. Koko Ilumbe viveva con un forte disturbo ossessivo compulsivo di personalità, generato dall’inspiegabile fissazione su come sarebbe morto. Un’incognita che lo tormentava ogni giorno. In Europa ne verrebbe sicuramente diagnosticato un disturbo psichiatrico.

Tra le moltitudine di negatività che esternava ininterrottamente, ne ricordo una in particolare; è una domanda non priva di significato.

-          “Tu, giovane, cosa preferiresti? Morire povero o morire ricco? La mia opinione, stai tranquillo che non te la darò, mai. Ma io so perfettamente cosa voglio. E tu, eh? Tu, giovane sprovveduto, come vorresti morire, ricco o povero?”

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La Centrale Elettrica d'INGA (RDC)

La Centrale Elettrica d'INGA (RDC) - Issiya Longo

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È triste constatare che nel terzo millennio il Congo, malgrado le sue ricchezze naturali, abbia ancora enormi difficoltà energetiche: la popolazione ricorre ancora a risorse come legno e carbonella per la cucina, petrolio per l’illuminazione. La grande centrale elettrica d’Inga nel “Bas-Congo” stranamente fornisce energia a molti paesi africani ma non al Congo. Grande è la desolazione mentre, sollevando lo sguardo verso il cielo, si vedono i cavi dell’alta tensione che trasportano l’energia all’estero, e a terra le case degli “aventi diritto” sono buie, tristi, senza vita...
Dal libro: "DAL CONGO IN ITALIA COME IN UN SOGNO"

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LA "CINAFRICA"

LA "CINAFRICA" - Issiya Longo

DESTINI: Figli d'immigranti

"A Kinshasa, oltre all’immigrazione di lusso essenzialmente fatta di diplomatici e di uomini d’affari occidentali ed orientali, se n’è aggiunta un’altra, quella dei cinesi, arrivati in Congo grazie al progetto governativo dei cinque cantieri. Prima di questo improvviso afflusso, nel paese c’erano già molti altri cittadini cinesi con motivazioni e idee, chiaramente, diverse da quelle dei loro compaesani appena sopraggiunti. Com’è immaginabile, le conseguenze di questi movimenti sono infinite e, spesso, incontrollabili. Un caos che ha portato i congolesi a modificare molte abitudini per fronteggiare i nuovi arrivati in vari settori della vita. Se tra gli autoctoni e l’immigrato di lusso non vi sono scontri e rivalità, è soltanto perché le due realtà non condividono gli stessi spazi, non hanno le stesse occupazioni ed ambizioni. Ma i cinesi sono molto diversi dagli occidentali: loro hanno un’incredibile adattabilità, non hanno difficoltà a vivere come vivono i congolesi, mangiare gli stessi cibi, affittare gli stessi appartamenti e baracche, esercitare gli stessi mestieri, tutto questo però, evitando contatti suscettibili di favorire un miscuglio tra loro e gli autoctoni. Come pensa buona parte dei “kinois”, l’integrazione non è un obbiettivo dei cittadini cinesi. Il fatto d’inserirsi in tutti i livelli del tessuto sociale è riservato agli interessi economici. Lo si può notare con quel manifesto rifiuto d’imparare la lingua e di scambiare informazioni, se non per il necessario. Con loro, infatti, tutto si limita al bisogno reale, agli interessi; niente amicizie, niente scherzi, niente amore, niente di tutto ciò che possa generare rapporti e legami intimi ed affettivi.

Dalla parte dell’immigrazione occidentale, invece, i problemi creati sono di un altro genere; per questo si può citare l’esempio dell’esagerato aumento degli affitti e dei prezzi degli immobili nella capitale Kinshasa, così come in alcune città del paese. Il fenomeno è iniziato negli anni novanta e si è ampliato all’indomani dell’arrivo delle forze dell’ONU in Congo, occupate ad assicurarsi i migliori alloggi ovunque si stabilivano. Oggi, a Kinshasa, ci sono settori come il centro città ed alcuni quartieri residenziali dove gli affitti di semplici appartamenti di pochi locali costano cifre inimmaginabili. Lo stesso per le case e le ville in vendita. Vi sono esempi assurdi di piccoli appartamenti di due locali, in un paese del Centro Africa come il Congo, al prezzo di 1.700 dollari americani al mese; di ville vendute a prezzi che si aggirano intorno al milione di dollari americani. Situazioni davvero irrazionali quando si pensa al potere d’acquisto dei congolesi, ma reali, sorprendenti. Basta documentarsi anche tramite la rete internet per rendersene conto. Tutto questo può sembrare surreale agli occhi di chiunque viva in Occidente e che non conosca l’Africa e le sue follie. In Congo, tutti, dagli imprenditori del settore immobiliare alla stessa gente comune, sono d’accordo nell’affermare che se si è arrivati a questi livelli, la colpa è da attribuire alle organizzazioni umanitarie, la Monuc prima di tutti. Sono loro, le ONG, che non si tirano indietro davanti a qualsiasi prezzo proposto e sborsano ingenti cifre di denaro per affitti, per vari servizi e per le abitazioni. In più, la vita condotta da funzionari e addetti, stranieri ed autoctoni di queste organizzazioni è davvero stupefacente, con nulla da invidiare a chi vive nei posti più ricchi del mondo e che ancora si domanda cosa si possa andare a fare in Africa. È evidente, in tutto ciò, che c’è tanta materia che dovrebbe indurre a profonde riflessioni.

I cinesi dei cinque cantieri invece arrivano con uno spirito diverso. Il loro modo di fare e di adattarsi alle situazioni, anche le più estreme, è davvero sorprendente. Giunti in Congo a migliaia, spesso senza alcun rapporto con il progetto di Kabila, senza ritegno, questi cittadini del Paese del dragone s’infiltrano nei livelli più bassi della popolazione di Kinshasa e del paese. Loro non vanno a cercare affitti e ville da ricconi, ma abitazioni economiche di cui il costo per l’affitto mensile varia tra i 30 e i 100 dollari americani. E questo, nei più poveri quartieri delle città. Grazie ad uno spirito flessibile ed alla grande capacità d’adattamento, studiano il territorio, imparano subito varie tecniche da applicare all’economia locale, travolgono gli equilibri già precari con prezzi bassi, scatenando così la rabbia dei piccoli commercianti che si sentono minacciati. Il loro fare non piace certo ai furbi negozianti congolesi, molti dei quali abituati a malmenare la popolazione con esorbitanti prezzi di beni e servizi. Questa situazione ha scatenato violente reazioni di alcuni autoctoni, principalmente i piccoli commercianti, puntualmente ripristinate da energici interventi del governo. A Kinshasa non esistono più settori dove non si noti la loro presenza; dalla famosissima ristorazione delle strade della capitale congolese, il “malewa”, alle bancarelle dei mercati, i cinesi si trovano ovunque. Quando, interrogati sul motivo della loro presenza in questo paese, rispondono con dire incomprensibile: “Cen-Cian-Cè”, cioè “Cinq Chantiers”, i cinque cantieri. Questo è tutto ciò che dicono, l’unica risposta a qualsiasi domanda gli venga fatta."

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DETINI Figli d'Immigranti ebook

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...quanti cadaveri congolesi per un sudario di Gaza?

...quanti cadaveri congolesi per un sudario di Gaza? - Issiya Longo

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In questi ultimi vent’anni, milioni di congolesi sono stati massacrati, trucidati da un nemico spietato, interno ed esterno, uomini senza cuore attratti dalle ricchezze del suolo e sottosuolo congolese; l’eccitazione del sangue li ha macchiati anche di crimini non strettamente legati al denaro: milioni di donne e bambine sono state stuprate con una violenza inaudita. Tantissimi crimini sono stati voluti e, di conseguenza, taciuti dai loro vari promotori, nonché beneficiari illegittimi delle ricchezze del bel paese africano: “Se un morto israeliano vale molti morti palestinesi, quanti cadaveri congolesi per un sudario di Gaza?”. Perché non si parla adeguatamente dei milioni di uomini, donne e bambini barbaramente assassinati in pieno cuore d’Africa? Di fronte alle morti congolesi, il mondo si comporta esattamente come la maggioranza degli autisti sulla strada, vergognosamente apatici davanti alla carcassa di un qualunque animale tamponato, travolto, ammazzato da un altro chauffeur alla guida di un veicolo; un corpicino, spesso un gattino, che tristemente giace sul bitume rovente d’estate e freddo d’inverno, ripassato senza pietà sotto migliaia e migliaia di pneumatici riscaldati dai giri dei motori finché, consumato, svanisce nel nulla.

Godendo di posizioni di privilegio nel mondo, i vari criminali e istigatori della fame, della miseria e della morte nei paesi ingiustamente chiamati poveri si credono diversi, fortunati e intoccabili. Loro non si coricano la sera inquieti di come sarà il sonno e di come si sveglieranno la mattina; loro non hanno preoccupazioni economiche in quanto i vari conti bancari sono pieni di denaro, illecite ricchezze ricavate dal sangue di poveri disgraziati qua e là nel mondo; loro si sentono e credono potenti. Sono solo dei semplici illusi che, come me, come te, caro lettore, come tutte quelle vittime delle loro menti malate, un bel giorno finiranno a marcire in qualche buco scavato nella terra, puzzeranno ed evaporeranno, spariranno nel nulla trascinando con loro una pesantissima coscienza, i segreti di tanti disastri provocati o sostenuti con il solo obiettivo di fare illeciti interessi, propri e dei loro complici. Le morti in Congo superano di gran lunga quelle in Iraq e Afganistan. Stranamente, del bel paese africano parlano solo in pochi...

DESTINI II

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Liberazione Del KONGO

“Liberazione del Kongo”
Un tributo dell’autore Issiya LONGO al Kongo e al suo dramma, l’infinito conflitto armato nella sua parte orientale.

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I dolori dell’immigrato della nostra era

I dolori dell’immigrato della nostra era - Issiya Longo

Facendo una riflessione approfondita su uno specifico aspetto della vita dei politici africani, osservo una particolarità che colpisce fortemente la mia intelligenza, portandomi a un’inevitabile domanda che tormenta la mia anima ogni giorno: "Perché, mi domando, perché questi personaggi scelgono di sacrificare i popoli che dirigono e di cui fanno parte? Perché rimanere indifferenti a tanta sofferenza e, soprattutto, perché provocare tanta miseria per poi, una volta conclusosi il proprio dominio, emigrare verso l'Occidente? Perché i politici africani abbandonano le loro patrie, trasferendosi in Occidente dove investono le ricchezze rubate ai rispettivi paesi in vari settori? Perché? Perché?

 

Di seguito, un brano tratto da DESTINI: FIGLI D'IMMIGRANTI

 

I dolori dell’immigrato della nostra era

Fui informato dell’amareggiante caso di un immigrato senegalese, selvaggiamente espulso dalla Spagna il 16.06.2009 sotto gli occhi sbalorditi di molti passeggeri. La scena ebbe luogo all’aeroporto di Madrid dove l’uomo doveva essere imbarcato sul primo volo e spedito a “casa sua”. L’episodio fu interamente filmato da un altro senegalese dalla sala d’attesa situata nel retro dell’aeroporto; ignari di essere ripresi e visti da molte persone, i poliziotti in borghese erano impegnati in atti di violenza sulla vittima. I passeggeri, increduli ed indignati, assistettero alla scena. Sono immagini orribili e disumane, un chiaro esempio delle barbarie e dell’inciviltà in un paese, guarda caso, con una lunga storia di civiltà, ma anche crudeltà, alle spalle. L’uomo fu legato mani e piedi dietro la schiena come un animale. Ripetutamente picchiato dagli agenti, fu poi gettato nel retro della camionetta per essere riportato alla stazione di polizia. Il malcapitato non subì il rimpatrio quel giorno solamente perché i membri dell’equipaggio si rifiutarono d’imbarcarlo, malconcio per le percosse subite prima, durante e alla conclusione del viaggio dalla stazione di polizia  ai piedi dell’aereo. Fu tutto seguito in diretta da molti passeggeri, africani e no, ma, soprattutto, da alcuni bambini, figli d’immigrati che con una certa insistenza interrogavano i genitori: “Perché lo picchiano così, come un animale, papà? Ma quello lì assomiglia allo zio Abdul, perché non vai ad aiutarlo? Dai papà, che lo uccidono!” Incredibile. Brutte cose da tollerare, davvero! Alcuni piccoli immigrati in viaggio verso i rispettivi paesi dei genitori piangevano, altri tartassavano i genitori con domande imbarazzanti; queste immagini mi toccarono tanto che il giorno della prima visione del filmato, lo fermai a metà, non potei vederlo fino alla fine, mi allontanai. Me ne andai al bar per un bicchiere di whisky. Quell’amaro pomeriggio avevo bisogno d’intontirmi un po’ e di dormire. Riuscivo solo a pensare quanto l’uomo, in realtà, sia una creatura gravemente debole di spirito e parecchio cattiva, peggio delle bestie feroci della foresta equatoriale congolese.

Espulsioni simili sono all’ordine del giorno in molti paesi occidentali tali la Francia, il Belgio, la Germania, l’Inghilterra, la stessa Spagna. 

Un altro esempio, infatti, vede come protagonista una signora camerunese, allontanata dalla propria famiglia dopo anni di presenza clandestina in Francia. Anche in quell’occasione l’esemplare brutalità degli agenti non mancò all’appuntamento, facendosi distintamente vedere e sentire tant’è che, in quell’aereo che doveva riportare la clandestina a “CASA SUA”, molti altri passeggeri si rifiutarono di viaggiare con una persona legata, lamentosa, urlante e in lacrime. Scene, anche queste, inimmaginabili, difficilmente attribuibili a grandi paesi democratici e civili come dovrebbe esserlo la “grande France”! Il realizzatore di quel servizio fece un lavoro molto interessante, inserendoci anche le immagini di alcune maestose ville di molte grandi città europee e appartenenti ad alcuni presidenti africani. Poi si ricordò anche di citare le cifre degli appetitosi conti bancari di questi personaggi, in Svizzera e in altri paesi occidentali. “Loro”, disse la voce del narratore di quelle sequenze, “sono gli immigrati molto graditi da noi, in Occidente. Grazie ai soldi ed alle ricchezze che sottraggono ai loro popoli e paesi, questi personaggi investono in Occidente, soprattutto nel settore immobiliare, offrendosi prestigiose ville che nemmeno noi stessi occidentali potremmo permetterci. Tutto ciò mentre, nei loro paesi, le popolazioni continuano a soffrire la fame, gli stipendi non pagati, la disoccupazione, le malattie, le guerre e molto altro ancora. A questo punto mi pongo una semplice domanda, tentando di capire chi sia il vero criminale a cui negare qualsiasi accesso ai nostri territori e qualsiasi genere di aiuto: il povero clandestino, disgraziato ed in disperata ricerca di un minimo sostentamento vitale o il grande, il Signor Presidente dello Zaire, del Camerun, del Gabon, nostro grande alleato ed interlocutore? Domanda da un miliardo delle vecchie lire. Sono storie che dovrebbero portarci a riflessioni serie e responsabili”.

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Alienazioni mentali

Alienazioni mentali - Issiya Longo

Le strategie usate dall’invasore europeo per domare l’africano hanno determinato una sorta di alienazione mentale; questo è stato all’origine della caotica situazione africana. Ne conseguono confusione tra i valori stranieri e locali, guerre fratricide con pretesti religiosi, considerando poi che nessuna delle fedi per cui ci si uccide tra fratelli ha origine africana. Piango il Dio cancellato dei miei Avi.

 

Itinerari: il Dio cancellato dei miei Avi


Un ricordo del mio passato a Boende, in Congo, mi rammenta delle scene del comportamento di alcuni missionari cristiani in piena foresta equatoriale. In occasione delle feste cristiane, infatti, nei villaggi dell’equatore si usava proiettare filmati con tema religioso. La nascita e la passione di Gesù Cristo ne sono i due esempi più espressivi. Nel piccolo villaggio di Etoo, fuori dalla chiesa cattolica venivano sistemate le apparecchiature per la proiezione. L’evento prendeva inizio nella tarda serata quando, a Boende e dintorni, le case, la vegetazione fatta di giganteschi alberi e tutto il villaggio s’immergevano in un buio intenso, caratteristico della zona, la densa foresta equatoriale. Davanti al telo della proiezione un centinaio di persone, uomini e donne, bambini ed anziani, tutti incantati, silenziosi e attenti a guardare la sequenza delle  immagini  che  raffiguravano i  vari  personaggi biblici. In quel cortile della concessione parrocchiale, un pubblico sbalordito, incredulo era fiero di vedere il Cristo, anche se solo su un telo bianco. Accompagnava il filmato, la voce di un missionario, abile nel tradurre l’audio dalla lingua originale nel dialetto locale, il Kimongo. Ricordo l’atmosfera e la magia di quel momento, l’impressione e la certezza di vedere, nelle sequenze che scorrevano cadenzando, la vera e reale figura di Dio, di Gesù e dei vari santi. L’abilità  del  narratore  e  la  perfetta  scelta  delle immagini erano tali da indurre a credere che tutto fosse  veritiero:  nessuno  poteva dubitare dell’autenticità della storia che tutti seguivano appassionatamente. Poi, alla fine della proiezione, tornavamo tutti a casa, felici e appagati, convinti di aver appena visto Dio, Gesù, i santi e gli angeli. Tale persuasione determinava il comportamento di molti abitanti di Boende la cui consapevolezza dell’esistenza di Dio si era consolidata. Il Padre Eterno, quell’essere che avevano tanto pregato con fede, senza mai vederlo. In tutti nascevano allora due sentimenti opposti, contrastanti: da un lato l’incredulità di vedere il Creatore, Nzakomba, essere misterioso, tanto evocato ma mai visto. Dall’altra, l’ammirazione della sua immagine maestosa, bellissima, accuratamente selezionata, trasmessa in una straordinaria sequenza scelta con attenzione per incantare il pubblico. Allora, per me ed i miei compaesani non c’era più nessun dubbio: avevamo appena visto Dio, l’Essere Supremo che però, stranamente, aveva le stesse caratteristiche  somatiche  dei  missionari bianchi, gli unici che capivano la sua lingua, la sua storia ed i suoi insegnamenti. Crescendo, cominciai a pormi tante domande circa il senso del comportamento dei missionari e di quella loro strana abitudine. “Perché?” mi domandavo, “ Perché nessuno tra i preti di Etoo spiegava che le immagini trasmesse erano semplicemente una raffigurazione di Dio, di Gesù e degli angeli? Perché nessuno rivelava la verità alle popolazioni, spiegando come tutti quei personaggi fossero semplicemente esseri umani, come noi, comparse e attori scelti con cura per rappresentare la concezione e la visione occidentale di Dio” ?...

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